La Rivolta
Il Brigantaggio
Tratto da Treccani.it
La rivolta e il brigantaggio
Attend my workshops in the best venues near you
La rivolta palermitana del 1866 fu forse l’esempio più drammatico dell’incapacità dello Stato italiano di imporre la propria autorità nell’Italia meridionale, ma non fu certo l’unico. Nel continente i funzionari si trovarono di fronte a sfide altrettanto vigorose e persistenti, e se possibile ancora più estese, all’organizzazione del nuovo regime. Come abbiamo visto precedentemente, l’avanzata di Garibaldi verso Napoli nella tarda estate del 1860 fu segnata da episodi di agitazione filo-borbonica guidati da ufficiali dell’esercito e appoggiati dai contadini. Nel corso del 1861, la monarchia borbonica continuò a progettare la restaurazione del suo regime. Nel contesto di questa strategia, e spesso con l’aiuto della Chiesa, i Borbone incoraggiarono la formazione di bande armate capeggiate da ufficiali borbonici o papalini e composte da fuggitivi, renitenti alla leva e contadini senza terra, che misero in atto tattiche di guerriglia, attacchi a sorpresa, incursioni, rapine, rappresaglie e intimidazioni per sfidare e indebolire la già fragile autorità del nuovo governo nelle sue province periferiche.
Durante l’inverno del 1860-61 la rivolta contro il nuovo governo, basata su una potente miscela di reazione politica, malcontento contadino e attività di bande criminali, si estese e si moltiplicò in molte aree rurali del Sud. In Basilicata, importante centro di agitazioni contadine, nel 1861 vennero formate circa quaranta bande armate. La più famosa di esse era capeggiata dal bracciante Carmine Donatelli (detto Crocco), che in aprile riuscì a conquistare e a mantenere per diversi giorni il controllo delle città di Melfi e Venosa. Nel corso dell’estate, a lui si unì un gruppo di volontari spagnoli guidati dall’ufficiale carlista José Borjes, il quale arrivò in Calabria per tentare di organizzare fra i contadini un movimento controrivoluzionario. Insieme, i due sferrarono una grande offensiva contro il governo liberale, invadendo città e paesi e terrorizzando gli abitanti locali.
La violenza si diffuse anche in Campania, in Puglia, in Calabria, in Abruzzo e in Molise, e una persistente attività di guerriglia sui monti causò la quasi totale interruzione delle comunicazioni fra Napoli e le province adriatiche. Gli stessi sobborghi di Napoli erano «infestati» da briganti. Caserta fu per breve tempo invasa da una banda armata. Intanto, proliferavano anche gruppi più piccoli, spesso composti da giovani, che dall’autunno del 1861 modificarono la propria tattica: invece di invadere i territori e compiere rappresaglie, cominciarono a prendere di mira i possidenti locali e i funzionari governativi, uccidendo in modo indiscriminato o derubando chiunque esercitasse un potere e su cui potessero mettere le mani. In questo modo, il cosiddetto «grande brigantaggio» finì per esaurire rapidamente le proprie forze. La controrivoluzione borbonica perse vigore, e molti capi dei briganti, fra i quali lo stesso Borjes, furono catturati e giustiziati. Nonostante il terrore generato dalle loro tattiche, il movimento fu privo di una strategia unitaria. Esistevano reali differenze, infatti, fra i sogni politici di un uomo come Borjes, che combatteva per una restaurazione di stampo borbonico-clericale, e gli obiettivi a più breve termine di Crocco e dei suoi seguaci, che puntavano ai soldi e a ottenere un’amnistia come ricompensa per i loro sforzi. «Non vi sono che miserabili e scellerati a difendere Francesco II», scrisse lo spagnolo ai suoi compagni poco prima di essere giustiziato (cit. in Pedio 1983, p. 284).
I contemporanei, e dopo di loro intere generazioni di storici, si sono divisi quando si è trattato di definire il brigantaggio, fenomeno che coinvolgeva elementi di sinistra come di destra, e la cui composizione andava dai clericali reazionari ai criminali e ai contadini, ognuno dei quali con obiettivi e ambizioni proprie. Per Giuseppe Galasso, «l’insurrezione era, per un verso, indirizzata contro antiche e nuove oppressioni nobiliari e borghesi, ma si dirigeva, per la sua parte, anche contro antiche e nuove tradizioni di malgoverno, contro vecchie e nuove oppressioni fiscali e burocratiche» (Galasso 1983, p. 15). In verità, il brigantaggio aveva profonde e complesse radici nella società rurale del Mezzogiorno continentale, che risalivano fino alla prima età moderna, e il fenomeno aveva già avuto una grande ripresa all’epoca della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche. Se non altro, i briganti erano un sintomo dei problemi della società rurale meridionale e dell’incapacità delle istituzioni liberali di porvi radici.
Dopo i primi mesi, la guerra dei briganti sembrava diventata invincibile, e appariva come un movimento di protesta dei diseredati più che un atto controrivoluzionario. Ma il problema reale era che, una volta scatenatesi, queste forme di violenza esercitata dalle bande si rivelarono estremamente difficili da controllare e da sconfiggere. Il brigantaggio fu alimentato dagli stenti e dalla disperazione, dal sostegno accordatogli da contadini in miseria che avevano ben poco da perdere nella lotta, e da fuggiaschi che non avevano niente da guadagnare nel consegnarsi alle autorità. Esso fu anche un riflesso delle traumatiche circostanze dell’unificazione italiana: molti di coloro che organizzarono le bande erano ex soldati o uomini provenienti dalla milizia, giovani di umili condizioni che erano stati reclutati nell’esercito e nelle forze di polizia borbonici e vi avevano prestato un meritevole servizio, e che ora consideravano la fine della monarchia una «catastrofe» (Lupo 2002, p. 485). Di fronte alla prospettiva della fine delle loro carriere, dopo il 1860 fu facile per loro scivolare in una vita criminosa e mobilitare le loro energie, e con esse i contadini, contro il nuovo governo, lottando a favore del re e della Chiesa.
Così, dopo l’Unità, le basi sociali del brigantaggio non cessarono di esistere, e ciò significò che le bande armate nelle quali Francesco II aveva riposto le sue speranze restauratrici continuarono la loro attività ancora a lungo dopo che il re partì per mettersi (temporaneamente) al sicuro a Roma, a Palazzo Farnese. Come in Sicilia, inoltre, la crisi provocata nel 1862 dal tentativo di Garibaldi di marciare su Roma provocò un’intensificazione delle attività criminali e una ripresa delle agitazioni contadine. Nel corso di quell’anno, venne riferita la presenza di bande di briganti in zone precedentemente pacifiche, come Bari e Taranto, e ai comandi militari di Napoli giungevano ogni giorno dai 60 ai 100 rapporti su singoli atti di brigantaggio. Per tutto il triennio dal 1863 al 1865, lo Stato continuò a lottare per affermare il proprio monopolio della violenza nei suoi nuovi territori. Dopo di allora, il brigantaggio diminuì, anche se conobbe una ripresa durante la crisi economica del 1868, e le bande di briganti continuarono a operare fino al 1870 nelle zone di confine con lo Stato pontificio. Di fatto, il crimine rurale rimase allo stato endemico in alcune aree del Mezzogiorno per tutto il corso dell’Ottocento; senza dubbio, le sue cause non vennero risolte fino all’emigrazione contadina di massa degli ultimi anni del secolo.
È difficile negare che questa fase dell’unificazione italiana comportasse aspetti propri di una crudele guerra civile. Per combattere il brigantaggio nelle province meridionali fu necessario schierare una parte consistente dell’esercito italiano, e il conflitto provocò un numero di morti analogo a quello registrato nelle diverse guerre risorgimentali. Per il ministro delle Finanze Quintino Sella il brigantaggio non era niente di meno che «vera reazione, vera guerra civile», e come tutte le guerre civili, si rivelò estremamente brutale (Lupo 2002, p. 494). La risposta delle forze governative fu pari in violenza all’azione dei briganti; nel 1861 un generale scrisse a Cavour che «non si perd[esse] tempo a fare prigionieri». Assieme alle esecuzioni sommarie, i militari organizzarono spedizioni punitive contro le comunità sospettate di dare rifugio ai briganti (ivi, p. 470), presero ostaggi tra i familiari dei presunti briganti, incendiarono case e villaggi e, all’occasione, torturarono o uccisero i sospetti.
Questi atti di rappresaglia vennero rafforzati e legalizzati in conseguenza dei fatti dell’Aspromonte nel 1862. In tutto il Mezzogiorno continentale e in Sicilia venne proclamato lo stato d’assedio e alle forze armate furono attribuiti poteri speciali per procedere all’arresto dei sospetti di brigantaggio. Il generale Enrico Cialdini, a cui fu assegnato l’incarico di bloccare la spedizione di Garibaldi, emanò un decreto che stabiliva: «tutti coloro che saranno presi vaganti ed armati nelle campagne e nei villaggi senza che possano giustificare la loro presenza in quei luoghi saranno considerati e trattati come briganti», il che significava che sarebbero stati soggetti alla giurisdizione militare e potevano essere giustiziati sommariamente (Riall 2004, pp. 188-189). Nel 1863, dopo l’istituzione della commissione governativa d’inchiesta sul brigantaggio presieduta dal deputato pugliese Giuseppe Massari, il governo varò la legge Pica, che introduceva una legislazione d’emergenza per affrontare il fenomeno, prevedendo l’istituzione di tribunali militari e il ricorso a esecuzioni sommarie, restrizioni al diritto di riunione e al porto d’armi da fuoco, nonché misure di «domicilio coatto» nelle aree che venivano dichiarate in «stato di brigantaggio». A partire dall’agosto del 1863, in queste zone risultavano comprese tutte le province del Mezzogiorno continentale, il che significava che l’intero Sud era soggetto alla legge marziale. La stessa legislazione venne utilizzata per una serie di spietate campagne militari in Sicilia, e in particolare per quella del 1863 mirata a far applicare le norme sulla leva e per quella del 1865 contro la «maffia» di Palermo.
Molti dei provvedimenti della legge Pica acquisirono un carattere permanente con la nuova legislazione approvata nel 1865 e nel 1866, e furono utilizzati ancora una volta dopo la rivolta di Palermo del 1866 per effettuare arresti di massa e processare i detenuti in regime di legge marziale; inoltre, si fece ampiamente ricorso ai poteri d’emergenza per sciogliere le amministrazioni locali che erano considerate inaffidabili e da sottoporre al controllo di commissioni speciali. La legge Pica e l’uso di misure d’emergenza come la legge marziale e il domicilio coatto determinarono un’enorme espansione del potere esercitato dallo Stato sulla società italiana, un potere che venne mantenuto per molto tempo anche dopo che il fenomeno del brigantaggio si era attenuato. Non vi è dubbio che, come ha scritto Lupo «in quei primi anni Sessanta del XIX secolo, nel Sud il governo mostrò permanentemente un volto illiberale» (Lupo 2002, p. 472). Ancor più grave fu il fatto che queste misure, e lo schieramento dell’esercito per controllare l’agitazione contadina, non furono efficaci come si poteva pensare: nonostante il ricorso alla forza militare, il governo si rivelò più volte incapace di imporre la propria autorità, di sconfiggere i briganti, di applicare le leggi sulla leva e di riscuotere qualsiasi tipo di imposta.
I provvedimenti adottati in questi anni per controllare e governare il Sud risultarono anche estremamente impopolari, tanto da eclissare interamente gli sforzi messi in atto in quegli stessi anni per migliorare l’economia meridionale con investimenti nella costruzione di strade e di ferrovie, così come i continui tentativi di dare istruzione ai poveri e di introdurre la riforma agraria. Si stima che fra le migliaia di persone arrestate fra il 1863 e il 1865 circa i due terzi fossero contadini, e a queste azioni coercitive si aggiunse il fardello della leva e di una pesante esazione fiscale. Tutti questi problemi contribuirono a creare l’impressione che fra i governanti italiani e le classi più povere della società meridionale vi fosse un baratro.
L’azione militare nel Sud provocò anche una fiera polemica fra il governo e l’opposizione, che si svolse sulla stampa, in riunioni pubbliche e nel Parlamento nazionale, e la vicenda fu causa di notevole imbarazzo fra i governanti stranieri, in particolare quelli di Gran Bretagna e Francia, il cui sostegno politico ed economico era per il nuovo Stato italiano un fattore vitale. La legge Pica, inoltre, provocò grandi inquietudini all’interno dello stesso governo italiano; tali preoccupazioni furono particolarmente evidenti nel caso di Bettino Ricasoli, il quale, quando nel 1866 si trovò alla guida del paese, fece del suo meglio per alleggerire la repressione militare a Palermo, e resisté alle richieste dei suoi generali di ricorrere in modo più ampio alla pena di morte contro i capi della rivolta; vi erano comunque molti altri che nutrivano analoghe riserve riguardo alla politica del governo e alla legalità di alcuni suoi provvedimenti. In questo modo, la situazione in cui si trovava il Meridione contribuì alle divisioni che, a partire da metà degli anni Sessanta, emersero all’interno della Destra storica.
Allo stesso tempo, la guerra dei briganti nel Sud e la repressione politica attuata in Sicilia gettarono un’ombra lunga sul processo di unificazione italiana e sul Risorgimento che l’aveva preceduto. Come tutte le guerre di questo periodo, essa fu anche un evento mediatico. Giornalisti, soldati e (talvolta) briganti scrissero e pubblicarono sensazionali resoconti delle loro esperienze, mentre fotografi e artisti percorsero le zone di guerra per riprenderne le immagini, spesso raffiguranti briganti morti o catturati, e mostrarle ai lettori del Settentrione. Con questa loro opera, dettero vita a una triste e vergognosa memoria di quegli eventi, il cui effetto è perdurato in Italia fino ai nostri giorni.
Per molti aspetti sintomatica di quello che Galasso ha definito «l’urto fra quei due mondi così diversi […] che erano il Nord ed il Sud», (Galasso 1983, p. 12), la violenta imposizione del governo liberale nel Sud avvenuta dopo il 1860 rimane l’aspetto più controverso e contestato dell’unificazione nazionale. Ma oltre alle accuse e alle controaccuse che hanno caratterizzato il dibattito fin dall’epoca degli eventi, la reazione dominante che essi evocano è quella della disillusione, o di un senso di frustrazione per il fatto che i meravigliosi mesi della spedizione di Garibaldi dovessero lasciare il posto a un opprimente senso di sconfitta. Da questo punto di vista, il ricorso all’esercito fu una dimostrazione di debolezza, l’ammissione che il governo non era riuscito a creare nel Sud un consenso politico. Come scrisse nell’agosto del 1861 il moderato piemontese Massimo d’Azeglio, nel Mezzogiorno «ci vogliono, e sembra che ciò non basti per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti e non briganti, niuno vuol saperne. […] so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principî. Bisogna sapere dai napoletani un’altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no» (cit. in Mack Smith 1999, p. 663).
Destra storica.
