Nel corso degli anni Cinquanta l’Ofima aveva realizzato la prima tappa degli impianti idroelettrici della Maggia. La seconda fase iniziò negli anni Sessanta con le opere a Robiei, Bavona, Cavagnoli-Naret. Nei primi tre anni di lavoro, senza alcun incidente, sono stati scavati i quasi 13 chilometri della galleria Robiei-Stabiascio-Gries. L’apertura del diaframma era avvenuta verso la metà del 1965.
L’ addio alla terra natia...
L'esodo di quel ceppo dei colatrella verso la ....svizzera
benvenuti in Svizzera - 1955-1970
lavoratori ospiti o lavoratori stranieri?
Nel 1948, per la prima volta nella sua storia, la Svizzera firmò un accordo di reclutamento di manodopera straniera, che divenne un modello per i successivi e cambiò per sempre la sua storia e quella del suo principale fornitore di donne e uomini, l’Italia. Paese dal quale, a partire dai trafori dell’Ottocento e per un secolo, sono giunti oltre cinque milioni di persone, la metà solo nel secondo dopoguerra. Ancora oggi, quella in Svizzera è la terza comunità italiana nel mondo.
Dall’Unità d’Italia in poi, si sono diretti nella Confederazione circa cinque milioni di italiani: nel periodo 1876-1914 vi furono 982 mila espatri (incidenza del’8,7% sul totale degli espatri); nel periodo tra le due guerre mondiali oltre 670 mila espatri (il 9,5% degli espatri totali), nel triennio 1946-1949 quasi 260 mila espatri (oltre il 50% degli espatri diretti in Europa, più del doppio rispetto a quelli che si recarono in Francia); nel decennio 1946-55 il 26% degli espatri totali e quasi il 50% degli espatri in Europa; nel decennio 1966-64 circa un terzo sugli espatri totali e il 40% sugli espatri continentali. Dal 1876 al 1976 la Svizzera, che nell’Ottocento era stata un Paese di emigrazione, divenne Paese di accoglienza per una enorme massa di italiani, di cui la metà dopo la Seconda guerra mondiale.
La Confederazione riservò a questi emigrati un’accoglienza quanto mai problematica: l’atteggiamento della popolazione fu in generale poco disponibile e molto severe furono le prime norme sull’immigrazione, fortemente orientate a mantenere la precarietà della presenza straniera. Fu questo il tema alla base del referendum del 1970, chiamato a rispondere sulle rigide posizioni del conservatore Schwarzenbach, non approvato unicamente per un leggero scarto di voti. Ciò indusse il governo federale e il parlamento a muoversi con estrema prudenza sulla via delle aperture. Per gli italiani la fase della stabilizzazione del soggiorno e dell’avvio dei ricongiungimenti familiari fu avviata con l’accordo bilaterale del 1964, mentre una maggiore tutela anche a favore degli altri migranti comunitari fu raggiunta con l’entrata in vigore nel 2002 degli accordi sottoscritti con l’Unione Europea.
1945
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’industria svizzera, nell’Europa distrutta, dispone di un intatto apparato produttivo. L’Italia all’opposto, con i suoi due milioni di disoccupati e le sue infrastrutture inutilizzate, si trova in crisi economica. Al fine di allentare le tensioni sociali e politiche interne da parte italiana si favorisce l’emigrazione in Svizzera.
1948
Viene stilato un primo Accordo sull’emigrazione di lavoratori italiani in Svizzera, con la Confederazione Elvetica. Nel 1947 arrivano 105.112 e nel 1948 102.241 emigranti italiani. A questa data la massima parte degli italiani proviene ancora dal nord.
Il flusso migratorio degli italiani dal nord si mantiene fino a circa il 1954. All’epoca i quattro quinti provengono da Friuli, Veneto e Lombardia. A partire dalla metà degli anni ’50 questo trend s’inverte, la maggior parte ora proviene dalla regioni meridionali (60%).
EMIGRANTI...
Lasciare la propria terra non è mai una scelta leggera. È una ferita che scava dentro, un misto di speranza e dolore, come un seme sradicato che si affida al vento nel tentativo di attecchire altrove.
Così accadde anche al nostro ceppo familiare, quando — tra la metà degli anni Cinquanta e il 1970 — uno dopo l’altro partimmo verso la Svizzera, inseguendo un futuro diverso da quello che la nostra terra poteva offrirci. E così la piccola stazione ferroviaria di Conza-Andretta, in breve tempo diventò l’elemento simbolo, del distacco dai propri affetti e da un “prima” – conosciuto e amato, benché insoddisfacente – per raggiungere un “dopo” – sicuramente attraente ma quasi del tutto ignoto.
1955-1959
Data la sua crescita economica, in Svizzera si verifica un boom migratorio di manodopera straniera. La massima quota degli stranieri in Svizzera è italiana, e copre il 49% della popolazione straniera del paese. La popolazione italiana sale costantemente fino al 1975. Più di due terzi dell’intera popolazione straniera in Svizzera provengono dall’Italia. Nel 1975 si raggiunge il punto più alto e vengono registrati 573.085 italiani.
La maggior parte degli emigranti sono lavoratori stagionali, il cui permesso di soggiorno è limitato a 9 mesi e può essere rinnovato all’occorrenza. Sono occupati innanzi tutto in cantieri edili, pubblici e privati, e negli esercizi alberghieri, ma anche in diversi settori non vincolati alla stagionalità. Lo “stagionale” non è autorizzato a farsi raggiungere in Svizzera dalla familia. Soltanto dopo anni e a determinate condizioni i lavoratori stranieri ricevono il permesso di far venire la familia. L’obiettivo politico delle autorità svizzere circa gli stranieri era di mantenere il più bassa possibile la mobilità sociale, geografica e professionale degli immigranti. Ma senza la manodopera straniera non si sarebbe mai ottenuto un incremento tanto rapido del benessere svizzero; dal 1950 al 1973 il prodotto nazionale lordo viene all’incirca a raddoppiarsi.
Il primo a partire fu Arduino Pasquale, era l’inizio del mese di maggio del 1955. Partì di notte, in silenzio, dopo aver sfiorato con le labbra la porta malandata della vecchia masseria, come si fa con le cose sacre. La madre, Maria Gaetana, rimase immobile sulla seggiola di paglia, il fazzoletto stretto tra le mani e gli occhi gonfi di lacrime trattenute. Arduino, con la valigia di cartone legata con lo spago e il cuore colmo di timori, attraversò le Alpi per fare il contadino. La sua prima entrata in Svizzera fu registrata il 15 maggio 1955. Il permesso di lavoro lo aveva ottenuto tramite dei paesani di Teora, già attivi in Svizzera, a cui aveva dovuto pagare 10’000 lire di allora, quale ringraziamento.
Fu destinato a una fattoria isolata, arrampicata a 1500 metri d’altitudine, in una remota valle del Canton Grigioni. Il luogo si chiamava St. Antönien; in pratica un gruppuscolo di piccole fattorie di famiglie, poste a poca distanza le une dalle altre, quasi al confine con l’Austria: un villaggio che pareva sospeso tra neve e silenzio.
1960
All’inizio degli anni ’60 le autorità e i gruppi economici cominciano a cambiare il proprio atteggiamento nei confronti della manodopera straniera. Si concedono permessi di soggiorno a lunga scadenza e viene anche presa in esame la possibilità della naturalizzazione. Diventa più facile farsi raggiungere dalla familia. Come conseguenza di questo nuovo ordinamento, la popolazione straniera cresce nel totale più rapidamente della sua parte economicamente attiva.
Si fanno inevitabili una crescita nella domanda di abitazioni e un fabbisogno altrettanto crescente di posti nelle scuole, negli ospedali e nei mezzi di trasporto (da 4.715.000 nel 1950 la popolazione svizzera sale a 5.430.000 nel 1960 e a 6 milioni e mezzo nel 1985). Di nuovo la costruzione delle infrastrutture occorrenti viene realizzata con l’aiuto della popolazione straniera.
La maggiore tolleranza delle autorità, tuttavia, favorisce anche taluni atteggiamenti negativi di una parte della popolazione locale nei confronti degli italiani e degli altri lavoratori stranieri. Il timore della Überfremdung, della “invasione straniera”, porta acqua al mulino di alcuni politici reazionari. Compaiono così le liste degli avversari dell’Überfremdung nelle elezioni e votazioni, fra l’altro quelle dei “Repubblicani”. Tutta una serie di proposte di iniziativa popolare cercano di introdurre nella Costituzione articoli che pongano un limite massimo alla popolazione straniera.
A quei tempi non si poteva scegliere né il lavoro né la destinazione. Tutto veniva stabilito in anticipo: sul permesso di soggiorno erano scritti il mestiere da svolgere, il luogo dove vivere, e persino la data entro cui andarsene. Arduino, come tanti emigranti di allora, non capiva una parola di tedesco, ma sapeva usare le mani e non si tirava mai indietro. Mandava lettere scritte con una calligrafia incerta e, dentro la busta, infilava a volte un biglietto da cento franchi, “per la mamma e i bambini”.
Poi toccò a suo fratello Bruno, e ai cugini Michele, Nicola e Luciano. Le donne restavano in paese, coi figli piccoli, pochi animali da accudire e i campi da coltivare. Speravano che quei sacrifici non fossero inutili. Ma i soldi servivano, e l’idea che la Svizzera potesse offrire un domani migliore cominciò a radicarsi nelle menti e nei cuori. Così anche i più giovani — Armando, Vito, Nicola e altri ancora — presero la via del Nord, a scaglioni, aiutandosi l’un l’altro come solo chi condivide il sangue sa fare.
Le donne cucivano sacchetti di lavanda da infilare nei vestiti: “così l’odore di casa non lo perdi mai”, dicevano. Chi partiva portava con sé un pezzo di Sud: un Rosario, una pagnotta avvolta nella carta oleata, una fotografia ingiallita, una canzone da fischiettare nei giorni grigi.
1964
Il 1° giugno entra in vigore un nuovo Accordo italo-svizzero. Gli operai italiani che lavorano in Svizzera d’ora in poi sono sul piano giuridico parificati agli elvetici.
1965
I Repubblicani presentano a Zurigo, in una Iniziativa contro l’Überfremdung, 59.164 firme valide. Nel marzo del 1968 l’Iniziativa viene di nuovo respinta.
1965
A Mattmark, nella Valle del Saas, Cantone Vallese, il 30 agosto si verifica una catastrofe naturale in cui periscono 83 persone: le baracche degli operai della diga vengono sepolte sotto mezzo milione di metri cubi di ghiaccio, detriti e macerie. 57 vittime sono italiane. Nel successivo processo la Direzione del cantiere viene assolta.
1966 E un anno dopo accadde la tragedia di Robiei-Stabiascio, nel Canton Ticino. Era infatti il 15 febbraio del 1966 quando persero la vita 15 operai italiani e 2 pompieri di Locarno. I loro nomi sono scolpiti su una lapide alla chiesetta di All’Acqua, in Valle Bedretto.
Il 15 febbraio 1966 era in programma l’apertura della saracinesca di scarico che chiudeva le sezione della galleria a circa tre chilometri dal portale di Robiei. Operazione affidata ai pompieri locarnesi e al capo-officina. Tutti e tre trovavano la morte per asfissia sulla via del ritorno. Poche ore dopo, partiti alla ricerca dei loro colleghi e sempre per la mancanza di ossigeno nel condotto, morivano altri 14 operai.
Tra il 1955 e il 1965, quasi tutto il ramo maschile della famiglia Colatrella aveva ormai trovato la propria strada verso la Svizzera. Avevano un solo desiderio: riunirsi come i fili sparsi di un’unica storia. LaSvizzera li accolse uno alla volta.
Prima un fratello, poi un cugino, poi un altro ancora. Sempre lo stesso rito: una valigia di cartone, il passo incerto sulla banchina, l’odore acre del fumo di treno che si mescolava al gelo.
«Allora, sei arrivato?»
«Sì… ma quanto freddo fa qui?»
Una risata breve, un abbraccio che scaldava più di una stufa.
L’inverno mordeva la pelle. L’aria sapeva di ferro e neve. Le parole degli altri, incomprensibili, cadevano come gocce ghiacciate: precise, taglienti. Ma tra nebbia e monti, un unico pensiero: lavorare e farlo assieme se possibile.
I primi anni infatti, li videro sparsi. Lucerna, con i cantieri che suonavano come martelli su campane.
Il Grigioni, con la galleria della Val di Lei scavata nel cuore della montagna e la diga della Val Chiavenna che saliva, lenta e maestosa.
Poi, un filo invisibile li condusse tutti nel Canton Ticino. Piano di Magadino, dove il vento portava l’odore umido delle terre di bonifica. Monte Ceneri, con i camion che arrancavano sulla salita. Valle Verzasca, dove l’acqua e il cemento si sfidavano in una diga alta come una cattedrale. Altri ancora, nelle fonderie, tra scintille rosse e calore soffocante.
Ad Arbedo, una piccola casa li conteneva tutti. Stanza dopo stanza, letti stretti, valigie negli angoli. La sera, a tavola, il pane passava di mano in mano, il vino versato in bicchieri spaiati.
«Domani piove, portate il mantello» diceva il più anziano.
«Domani piove… ma si lavora lo stesso» rispondeva qualcuno.
Ogni mattina, la bicicletta. Pedali duri sotto i piedi, mani intorpidite, fiato che diventava nuvola. La campanella della fabbrica, il rumore della pala nel cemento, il colpo secco del martello sul ferro. Eppure, tra la fatica, c’erano giorni di luce.
Il primo stipendio. La prima lettera arrivata dal paese. Il profumo della polenta sul fuoco, mentre fuori nevicava piano. Ma nessuno dimenticò mai quell’istante. La collina di Conza, vista per l’ultima volta dal finestrino. Ilvecchio serbatoio dell’acqua che spariva dietro la curva. Il nodo alla gola, il silenzio nel vagone. Lì finiva l’incoscienza della gioventù. Cominciava la vita.
In Svizzera, i Colatrella misero radici nuove. Si piegarono al vento, ma non si spezzarono. Sotto giacche pesanti e orologi precisi, il cuore batteva ancora al ritmo del tamburo della festa patronale. E, a volte, la sera, qualcuno canticchiava piano l’Inno nazionale, quasi fosse una preghiera. E il Tricolore, piegato in fondo a una valigia, restava lì: segreto e fedele, come un ricordo che non sbiadisce.
”In una remota valle grigionese, laterale alla vallata del Prättigau, nel villaggio di St. Antönien a 1500 m./alt., al confine con lAustria, arrivò il 15 maggio del 1955 il primo Colatrella in Svizzera (Arduino Pasquale Colatrella). Era occupato quale lavoratore stagionale di aiuto contadini di montagna.”
”In questa casa all’inizio degli anni ’60 si ritrovarono a vivere in otto uomini. Diversi Colatrella o altri membri di familiari acquisiti (cognati). Per un lustro rappresentò un punto d’appoggio per molti familiari” che arrivavano nel Canton Ticino. (Fine anni ’50 inizi anni ’60)
Testimonianze
I primi quindici anni in Svizzera...
In un secondo momento, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, anche le mogli raggiunsero i mariti, e i figli riabbracciarono i padri.
L’addio alla terra natia non fu una fuga, ma un patto col destino. Un sacrificio silenzioso, tramandato come un’eredità: lasciare tutto, per dare tutto. E forse è questo che, davvero, tiene unita una famiglia.
Ora si apriva un nuovo capitolo: fatto di cantieri edili, fabbriche svizzere, scuole per i figli, e domeniche passate in appartamenti troppo stretti ma pieni di voci italiane. L’addio restava, per tutti, una ferita silenziosa. Ma anche la radice profonda da cui nacque la forza per costruire una nuova vita. Senza mai dimenticare da dove si veniva.
Il totale ricongiungimento arrivò nel 1970. E le famiglie si distribuirono in questo modo in Svizzera:
Canton Ticino:
– Colatrella Arduino & Sibilia Gerardina, con i figli Mario, Antonio e Maria Giovanna
– Giacomo Colatrella
Canton Lucerna
– Armando Colatrella
Bruno Colatrella
Michele Colatrella
Luciano Colatrella
Nicola Colatrella figlio di Cesare
1969
La seconda e sicuramente più nota “Iniziativa contro l’Überfremdung” è quella che prende il nome dal suo promotore, Schwarzenbach. Il 20 maggio vengono presentate alla Cancelleria Federale 70.292 firme valide per ottenere un referendum contro l’Überfremdung. Scopo dell’Iniziativa è delimitare gli stranieri a un massimo del 10% per Cantone (eccetto Ginevra con il 25%). La riduzione sarebbe dovuta avvenire entro 4 anni.
1970
Il 7 giugno, con una partecipazione al voto straordinariamente alta del 74,1%, 654.588 svizzeri si pronunciano contro l’iniziativa e 557.714 a favore. Una terza iniziativa, lanciata dall’ ”Azione Nazionale”, viene respinta nel 1974 a grande maggioranza. Nell’aprile dello stesso anno viene fondato a Lucerna il Comitato Nazionale d’Intesa – CNI. Finalità di questo comitato è di reagire ai problemi concernenti gli italiani in Svizzera.
1974
Si fa sentire in Svizzera la crisi economica europea, che porta con sé più di 200.000 disoccupati. Molti emigranti sono costretti a ritornare in patria. Riduzione della disoccupazione locale a spese dei lavoratori stranieri. Solamente nel 1979 la Svizzera assiste ancora una volta al suo ultimo boom di emigranti italiani, il cui numero sale a 442.715.
1985
La popolazione italiana è scesa a 411.913 persone, il 60% delle quali è originario del sud. Coloro che ritornano in Italia possono essere suddivisi in due tipi: ci sono i ritornanti volontari, che da tempo intendevano far ritorno in patria, ma anche i ritornanti obbligati, che devono lasciare la Svizzera a motivo della disoccupazione crescente. Tutti e due i gruppi hanno però il medesimo problema: spesso non riescono più a ritrovarsi e a reintegrarsi nella loro antica patria. Soprattutto gli italiani d’origine meridionale vengono a scontrarsi con la disoccupazione delle proprie regioni, dove durante gli anni in cui sono stati assenti in molti casi è cambiato poco.
1990
Sono registrati 391.649 italiani, che rappresentano il 40% del totale degli stranieri presenti in Svizzera. All’inizio degli anni ’90 viene scoperto uno scandalo politico che suscita grande attenzione nei mass media: la polizia confederale a partire dagli anni ’70 ha preparato delle cosiddette fiches, se ne scoprono oltre 900.000. Di questi fascicoli 600.000 riguardano emigranti residenti in Svizzera attivi nei sindacati e in politica, in gran parte italiani.
Oggi
In occasione della prima Conferenza degli italiani di tutto il mondo nel dicembre 2000 a Roma e a Lecce, si calcolano 527.817 italiani residenti in Svizzera. Fino a oggi quelli di loro non naturalizzati non possiedono diritti elettorali di sorta, salvo che nei Cantoni del Giura e di Neuchâtel. Al medesimo tempo gli italiani sono meglio integrati di qualsiasi altro gruppo di stranieri. Oggi i cosiddetti “secondi”, gli appartenenti alla seconda (e ora anche alla terza) generazione formano un gruppo visibile e rispettato all’interno della popolazione elvetica, anzi costituiscono un “cantone” a sé, anche se non si vede.
benvenuti in Svizzera - 1955-1970
lavoratori ospiti o lavoratori stranieri?
Nel 1948, per la prima volta nella sua storia, la Svizzera firmò un accordo di reclutamento di manodopera straniera, che divenne un modello per i successivi e cambiò per sempre la sua storia e quella del suo principale fornitore di donne e uomini, l’Italia. Paese dal quale, a partire dai trafori dell’Ottocento e per un secolo, sono giunti oltre cinque milioni di persone, la metà solo nel secondo dopoguerra. Ancora oggi, quella in Svizzera è la terza comunità italiana nel mondo.
«Cercavamo braccia, sono arrivati uomini»
Pubblicato il 28 Aprile 2025 da Rocco Olita
«Un piccolo popolo sovrano si sente in pericolo: cercavamo braccia, sono arrivati uomini. Non divorano il benessere. Anzi, al contrario, sono indispensabili al benessere stesso. Però sono qui. Lavoratori ospiti o lavoratori stranieri? Io preferisco la seconda definizione: non sono ospiti che vengono serviti per ricavarne del guadagno. Sono persone che lavorano, e che lavorano all’estero, perché nella loro patria al momento non avevano possibilità di campare. Non si può volergliene male. Parlano un’altra lingua, ma anche in questo caso non si può volergliene, soprattutto perché la lingua che parlano è una delle quattro lingue nazionali. […] Se il piccolo popolo sovrano non si facesse un vanto della propria umanità e tolleranza e così via, il rapporto con la manodopera straniera, con i lavoratori stranieri, sarebbe più semplice: li si potrebbe sistemare in veri e propri campi di raccolta, dove potrebbero perfino cantare, e in questo modo non si riempirebbero di stranieri le nostre strade. Ma non si può farlo: non sono prigionieri, e nemmeno fuggiaschi. E allora ecco che vanno nei negozi e fanno acquisti, e quando hanno un infortunio sul lavoro o si ammalano vengono ricoverati anche loro negli ospedali. Ci si sente invasi dagli stranieri, e allora si comincia letteralmente a prendersela con loro. […]
Si dice che risparmino un miliardo all’anno e lo spediscano a casa. Non era questo che s’intendeva. Risparmiano. E in fondo anche in questo caso non si può volergliene. Però sono qui, un’invasione di persone straniere quando invece, come detto, si voleva soltanto della forza lavoro. […] Lavorano bene, a quanto pare, sono perfino molto capaci: in caso contrario non ne varrebbe la pena, se ne dovrebbero andare, e il pericolo degli stranieri sarebbe scongiurato.
Debbono comportarsi in maniera irreprensibile, meglio dei turisti, perché in caso contrario il paese ospitante rinuncia alla congiuntura economica. Questa minaccia, va da sé, non viene espressa, ad eccezione di alcune teste calde che non capiscono nulla di economia. In generale ci si mantiene sul piano di un tollerante nervosismo. Sono troppi, ecco il motivo. Ma non nei cantieri, non nelle fabbriche, non nelle stalle e nemmeno nelle cucine. No, sono troppi nelle ore libere, soprattutto di domenica all’improvviso sono troppi. Balzano agli occhi, sono diversi. Osservano le ragazze e le donne, fintanto che non possono portare le proprie all’estero. Non si è razzisti. In fondo è una tradizione non essere razzisti, e la tradizione si è confermata nella condanna di atteggiamenti francesi o americani o russi, per non parlare dei tedeschi, che hanno coniato il concetto di popoli aiutanti. Tuttavia sono diversi, ecco tutto. Mettono a repentaglio le peculiarità del piccolo popolo sovrano che non ama farsi descrivere, a meno che non si tratti di un autoelogio che non interessa gli altri. Adesso invece sono gli altri a descriverci».
La lunga citazione, con i suoi toni duri eppure necessari, è tratta dalla prefazione di Max Frisch a Siamo italiani. Die Italiener: Gespräche mit italienischen Arbeitern in der Schweiz, (EVZ-Verl, Zürich, 1965, a cura di Alexander J. Seiler, ora in M. Frisch, Gesammelte Werke in zeitlicher Folge, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1976-1986-1988, vol. V, pp. 374-376, e qui nella traduzione di Mattia Mantovani per il volume dallo stesso curato Cercavamo braccia, sono arrivati uomini, Armando Dadò editore, Locarno, 2012, pp. 91-93).
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