Fonte: www.rivistameridiana.it

tratto da
Altro che Italia! Il Sud dei Piemontesi 1860/61

by Nelson Moe

Mezzogiorno in idea

1. Introduzione.

Nel maggio 1860 la «spedizione dei Mille» di Garibaldi sbarcò in
Sicilia, sconfiggendo le truppe borboniche sull’isola alla fine di lu
glio e da lì, attraverso la parte meridionale dell’Italia continentale,
entrò trionfante a Napoli i primi di settembre. Il Regno delle Due
Sicilie fu così conquistato e, con il plebiscito del 21 ottobre, unito
alle province settentrionali sotto l’autorità di re Vittorio Emanuele
per formare il Regno d’Italia. Il sogno di un’Italia unita, con l’ecce
zione di Roma e Venezia, diventava finalmente realtà. Tuttavia, per
i piemontesi che avevano orchestrato questa unione, governare le pro
vince ex-borboniche dell’Italia meridionale nei mesi che seguirono
si sarebbe dimostrato tanto difficoltoso quanto il conquistarle1.
Il periodo compreso fra l’estate 1860 e l’estate 1861 costituisce uno
dei momenti decisivi nella storia della questione meridionale italia
na. Fu durante questo periodo che un insieme di rapporti di forza
fra l’Italia settentrionale e quella meridionale, che avrebbero poi avuto
un profondo impatto sulle relazioni fra le due aree nei decenni a ve
*
Questo saggio costituisce il primo capitolo di uno studio interdisciplinare che sto attual
mente scrivendo sulla rappresentazione del Sud nell’Italia dopo l’unificazione. Vorrei ringra
ziare Tommaso Astarita, Piero Bevilacqua, Guido D’Agostino, John Dickie, Pier Massimo Forni,
Salvatore Lupo, Augusto Placanica, Frank Rosengarten, Eduardo Saccone, Karen Van Dyck,
e Elisabeth Young-Bruehl per i loro commenti sulla precedente bozza. La traduzione è stata
curata da Claudia Rusconi e Daniele Scenarelli.
1 Cavour afferma in una lettera a William de la Rive scritta appena prima della seduta inau
gurale del Parlamento italiano nel febbraio 1861: «Il mio compito è più arduo ora che non
nel passato. Costituire l’Italia, fondere insieme gli elementi diversi di cui essa si compone, ar
monizzare il Nord con il Mezzogiorno, comporta tante difficoltà quanto una guerra con l’Au
stria e la guerra con Roma» (cit. in E. Artom, Il Conte di Cavour e la questione napoletana,
in «Nuova Antologia», novembre-dicembre 1901, p. 145).
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Mezzogiorno in idea

a venire nire, venne forgiato. Se dell’assorbimento politico, amministrativo
e militare del Sud da parte dei piemontesi nel 1860-61 si è lungamen
te discusso2, il problema di come i piemontesi affrontarono e rap
presentarono la realtà «diversa» dell’Italia meridionale ha invece ri
cevuto una ben minore attenzione.
Il momento nel quale il Regno delle Due Sicilie fu trasformato in
Italia meridionale fu cruciale nel processo di concettualizzazione e
di rappresentazione del Sud nel nuovo contesto geo-politico della na
zione italiana. Per i piemontesi il problema urgente non era tanto
come governare il Sud, ma soprattutto come razionalizzarlo: e tale
«razionalizzazione», questo insieme di interpretazioni, descrizioni,
rappresentazioni, lungi dall’essere secondario, servi invece come cor
nice entro la quale furono prese le decisioni su come governare, am
ministrare e controllare il Sud.
In questo saggio esaminerò il processo di articolazione e rappre
sentazione del Sud così come esso emerge dalla corrispondenza fra
i capi moderati, politici e militari, coinvolti nella «liberazione» e an
nessione dell’Italia meridionale fra l’agosto 1860 e l’agosto 1861′. E
2 Per una visione generale cfr. G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, IV, Dalla Rivolu
zione nazionale all’Unità, Milano 1964, pp. 415-538 e V, La costruzione dello stato unitario, Mi
lano 1968, pp. 9-178. Per una recente e concisa discussione cfr. A. Capone, L’età liberale, in
Aa.Vv., Storia del Mezzogiorno, XII, Il Mezzogiorno nell’Italia unita, Napoli 1991, pp. 95-103.
In particolare, cfr. D. Mack Smith, Garibaldi e Cavour nel 1860, Torino 1958; A. Scirocco,
Governo e paese
nel Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione (1860-1861), Milano 1963; E. Passe
rin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour. Iproblemi dell’unificazione italiana, Tori
no 1956, specialmente pp. 101-59; C. Pavone, Amministrazione centrale e amministrazione pe
riferica da Rattazzi a Ricasoli (1859-1866), Milano 1964, pp. 73-120; F. Molfese, Storia del bri
gantaggio dopo l’Unità, Milano 1964, pp. 9-129; R. Villari, La liberazione del Mezzogiorno e l’U
nità nazionale, in Id., Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, Bari 1961, pp. 243-79; R. Ro
meo, L’annessione del Mezzogiorno, in Id., Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale, Bari 1974,
pp. 253-76. Per un dettagliato resoconto sul ruolo di Cavour in questa serie di eventi cfr. R.
Romeo, Cavour e il suo tempo. 1854-1861, Bari 1984, III, pp. 679-941.
3 La maggior parte delle lettere che prenderò in considerazione sono raccolte nei Carteg
gi di Camillo Cavour, soprattutto nei cinque volumi della serie intitolata La liberazione del
Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia, Bologna 1949-54, che sarà qui abbreviato con
CC, Lib. del Mezz., seguito dal numero del volume. Per una breve analisi degli argomenti più
importanti sull’emergere della questione meridionale in questa corrispondenza, cfr. il primo
capitolo di M. Salvadori, Il mito del buon governo. La questione meridionale da Cavour a Gramsci,
Torino 1963, pp. 23-33. Dovrebbe essere sottolineato fin dall’inizio che il focus principale di
questo saggio e costituito dalla corrispondenza tra gli uomini che appartenevano all’entourage
di Cavour. Sarebbe senza dubbio illuminante comparare questi testi alla corrispondenza dei
democratici e dei repubblicani dello stesso periodo, o in tono diverso, alla letteratura garibal
dina del 1860. Tale analisi, che va oltre l’orizzonte di questo saggio, potrebbe iniziare dalla
considerazione del contrasto, che Ernesto Ragionieri descrive fra l’entusiasmo e la curiosità,
per l’estranea realtà del meridione variamente presente negli scritti di Giuseppe Cesare Abba,
Giuseppe Bandi e Alberto Mario, e «il disprezzo per il popolo, le istituzioni e l’amministrazio
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Moe, «Altro che Italia!»
a tal fine analizzerò i concetti e le categorie usati per rappresentare
il Sud, con un accenno ad alcuni caratteri che emergono nel campo
delle rappresentazioni costituito dalla corrispondenza. Infine pren
derò in considerazione la relazione che si stabilì fra tali rappresenta
zioni e la forma di autorità basata sulla forza militare che fu impiega
ta nel Sud durante questo periodo.
Prima di esaminare queste lettere, dobbiamo considerare alcuni ele
menti di carattere generale: la natura del discorso epistolare in esame
e la particolare relazione geo-politica fra il Nord e il Sud ad esso sottesa.
Le lettere, i dispacci, i memoranda e gli altri testi raccolti nei Car
teggi di Camillo Cavour e altrove costituiscono la rete principale di
comunicazione fra i capi politici coinvolti nella costituzione del nuovo
stato italiano. Il conte Camillo Cavour che, come scrive Gaetano Arfè,
«segue e dirige da lontano l’azione [nel Mezzogiorno] in tutte le sue
fasi», è il personaggio centrale di questa corrispondenza. Ma insieme
a Cavour appaiono
tutti o quasi gli esponenti maggiori del ceto dirigente moderato, che applicano
nel Mezzogiorno le direttive cavourriane. Si trovano infatti, tra i corrisponden
ti, rappresentanti tipici del vecchio personale dirigente piemontese, diplomatici
e militari, ma anche, e sono forse i più, uomini nuovi «assimilati» del partito
cavourriano, già esuli dalle varie regioni d’Italia, e, in particolare dal Mezzogior
no, e che seguono, con zelo e fervore non minori di quelli dei piemontesi, la
politica di Cavour4.
Attraverso queste lettere e altri testi i corrispondenti comunicava
no una vasta gamma di informazioni e di conoscenze; ma fornivano
descrizioni, idee e osservazioni anche attraverso ordini e istruzioni.
Lungo la più importante via di questa rete, tra i due centri politicó
amministrativi di Torino e Napoli, si svolgeva uno scambio di cono
scenze sul Sud. In molti casi, i corrispondenti scrivono da Napoli sa
pendo che chi riceve a Torino (usualmente Cavour, che non aveva
mai viaggiato a sud di Firenze) manca totalmente di conoscenza sulla
situazione dell’Italia meridionale, come risulta chiaramente da una lettera
del 17 dicembre 1860, inviata dal napoletano Antonio Scialoja a Cavour:
ne napoletani che esplode in tutte le lettere dei corrispondenti cavouriani dal Mezzogiorno». Non
dimeno, nella visione di Ragionieri, «chi confronti i carteggi dal
Mezzogiorno degli emissari e
dei collaboratori del Cavour con la letteratura garibaldina del 1860, può riscontrare in questa
ultima un maggiore spirito di umanità per le popolazioni del Sud, ma solo raramente un grado
superiore di conoscenza e di comprensione» (E. Ragionieri, Politica e amministrazione nello stato
unitario, in Id., Politica e amministrazione nella storia dell’Italia unita, Roma 1979, p. 91). 4 G. Arfé, Analisi del Carteggio di Camillo Cavour. La liberazione del Mezzogiorno e la for
mazione del Regno d’Italia, voli. HI, in «Movimento operaio», 1953, 2, p. 322. Inutile dire che
la schiacciante maggioranza di questo gruppo governante di moderati era costituita di membri
dell’aristocrazia liberale e della borghesia.
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Mezzogiorno in idea
Napoli è tanto diversa da Torino, quanto nessuno di coloro che non la cono
scono, neppure il Conte di Cavour, possono formarsene una idea adeguata5.
O, come Cavour stesso indica in una lettera del 30 marzo 1860
al suo inviato piemontese a Napoli, il Marchese di Villamarina:
Grazie delle vostre particolari lettere. Non è facile farsi qui un’idea esatta della
situazione reale delle cose a Napoli, perché la corrispondenza dei giornali riflette
più l’opinione e il partito di chi scrive che lo stato reale del Paese. Evidentemente
nel Mezzogiorno d’Italia stanno per accadere avvenimenti di grande importanza’.
Uno dei principali compiti dei vari corrispondenti di stanza o in
visita al Sud era quello di informare, descrivere e fornire un’accura
ta, vera rappresentazione delle condizioni nell’Italia meridionale:
Mio caro Conte, […] mi permetto di comunicarvi le mie prime impressioni
riguardo a questo paese7.
Perdoni questa digressione: io colgo sempre l’opportunità di darle l’idea di
questo paese8.
Le dico tutto questo non per ismania di ciarlare; ma perché credo utile ch’El
la conosca il vero stato delle cose e perché temo che nessuno come me possa o
voglia dirle tutta la verità, e niente altro che la verità9.
Obbedendo agli ordini di Vostra Maestà, ho l’onore di sottoporle alcune con
siderazioni sulla situazione generale e principalmente quella delle province re
centemente acquisite [Rattazzi a Vittorio Emanuele II]l0.
Allo stesso tempo, comunque, alcuni di questi corrispondenti pos
sono essere definiti imparziali nella misura in cui molti di essi sono
coinvolti nella situazione politica e militare che descrivono. La mag
gior parte di essi o ha un particolare programma o, quanto meno,
riesce a esercitare una certa «presa» sul processo politico del quale
fa parte. Queste lettere sono quindi anche atti di persuasione, tenta
tivi di rappresentare la realtà dell’Italia meridionale allo scopo di con
trollarla”. Come Cavour indica in un dispaccio del 13 luglio 1860
5 CC, Lib. del Mezz., IV, pp. 93-4.
6 Ibid., I, p. 36.
7 Ibid., p. 11.
8 Ibid, m. p. 395.
9 Ibid.
10 Ibid., IV, p. 340.
11 Come atti di persuasione tali affermazioni sono in antitesi rispetto ad altre rappresen
tazioni della stessa realtà, come il seguente brano tratto da una lettera di Villamarina sottoli
nea riguardo al livello di malcontento dei napoletani verso i Borboni (e pertanto riguardo alla
cruciale questione del sostegno napoletano all’annessione piemontese): «L’attitudine del paese
è sempre la stessa: i Borboni non si vogliono più a nessun costo […] credetelo, caro Conte,
e non vi lasciate fuorviare dall’emigrazione [napoletana], che forse si fa delle illusioni sulle ve
re tendenze attuali di questo paese, che ha perduto di vista dopo lunghi anni di assenza» (Ibid.,
I, p. 335). Analizzerò più avanti la visione di Napoli da parte degli emigrati napoletani.
56

Moe, «Altro che Italia!»
al comandante della flotta piemontese a Palermo, l’ammiraglio Car
lo di Persano, il contenuto delle loro dichiarazioni era oggetto di con
siderazione u:
Aspetto con impazienza la relazione che io le ho chiesto sullo stato della Sici
lia. Non voglio prendere alcuna determinazione prima di conoscere la sua opi
nione, ch’io so dovere essere imparziale ed illuminata”.
Ma gli effetti di queste lettere non sono limitati all’influenza che
esse possono avere sul destinatario che prende decisioni e promuove
azioni. Molte di queste comunicazioni non sono solo persuasive, ma
imperative. Le missive, infatti, contengono numerose dichiarazioni
come: «non indebolite la vostra posizione a Napoli», «non si perda
tempo a far prigionieri», «sia proclamato lo stato d’assedio». In altri
casi contengono dichiarazioni, come quella nella quale Cavour (at
traverso un dispaccio al Ministro della Guerra) suggerisce agli stra
nieri presenti nell’Italia meridionale che «coloro tra di essi che faran
no parte delle bande degli insorti saranno considerati non più come
prigionieri di guerra, ma come rei di delitti comuni». Questi sono
testi, in altre parole, che influiscono direttamente sulla realtà alla quale
si riferiscono, la dirigono, l’amministrano, la controllano.
Nel contempo, quello che è tipico di questo epistolario non è sem
plicemente il ricorrere di istruzioni, comandi e dichiarazioni, ma il
grado di efficacia che il discorso raggiunge nel suo complesso. I cor
rispondenti potenti e dotati di autorità che spediscono questi mes
saggi fanno sì che le cose accadano non solo con i loro ordini, ma
anche con le loro descrizioni e osservazioni. E infatti l’interpretazio
ne di questi registri, quello descrittivo e quello imperativo del comando
e dell’autorità, che dovrebbe essere tenuta presente. In queste lettere
le descrizioni stesse contengono una forza imperativa, come dimo
stra questa lettera del 6 gennaio 1861 di Bixio a Cavour: «Fate ritira
re i cannoni dalla Grand Gard e che Nigra non scordi che i napoleta
ni sono degli orientali, non capiscono altro che la forza»’4. Qui,
mentre il comando di ritirare i cannoni (rendendoli così pronti per
essere usati contro i napoletani) precede sintatticamente la caratte
rizzazione dei napoletani come «orientali», è, in verità, questa carat
12 In riferimento alla lettera di Villamarina da Napoli durante la prima metà del 1860,
Mack Smith sostiene che Villamarina fece una erronea rappresentazione a Cavour della situa
zione di Napoli e questo portò a una serie di decisioni fuorviami che avrebbero avuto un serio
impatto sul corso degli eventi del 1860-61 (cfr. Mack Smith, Garibaldi e Cavour nel 1860 cit.,
pp. 176-9). ” CC, Lib. del Mezz., I, p. 322.
14 CC, Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1864, Bologna 1929, IV, p. 301.
57

Mezzogiorno in idea
terizzazione che in un certo senso suggerisce la proposizione di usa
re i cannoni contro di essi. Esplorerò ulteriormente la relazione esi
stente tra tali descrizioni e il vero uso della forza militare alla fine
di questo saggio. Per il momento basti notare che l’epistolario di questi
capi militari è uno di quelli in cui le dimensioni della rappresentazio
ne e della realtà sono strettamente connesse.
Queste lettere, comunque, non sono soltanto i mezzi per la tra
smissione di informazioni sul Sud tra l’Italia meridionale e setten
trionale e neppure una matrice di rappresentazione del Sud che con
tribuisce al dominio del Nord. Esse costituiscono anche uno spazio
per l’articolazione e la negazione soggettiva del Sud, confrontato con
il Nord per la prima volta entro una cornice politica nazionale. Ogni
lettera è un’occasione per un punto d’osservazione dal quale imma
ginare e concettualizzare questa nuova realtà politico-sociale e, così
facendo, venire ad un accordo con essa. Vedremo che questi corri
spondenti sono ben forniti di stereotipi e di pregiudizi, da imputare
al modo di visualizzare Napoli e l’Italia meridionale che aveva preso
forma nell’immaginario italiano e europeo nel corso dei precedenti
secoli15. Ma è proprio sul loro dispiegamento nel contesto del pri
mo massiccio confronto tra Nord e Sud, e del nuovo modo di confi
gurarsi di queste relazioni, che concentrerò la mia principale atten
zione.
Guardando la relazione geo-politica tra Nord e Sud che emerge
da queste lettere, Torino e Napoli erano già due centri politici e am
ministrativi della Penisola e costituivano due punti focali del proces
so di unificazione in corso: Torino, la capitale del Regno che stava
conquistando e, in un certo senso, annettendo il Sud; Napoli, la capi
tale del Regno che veniva conquistato e integrato nel nuovo Regno
d’Italia. Il primo incontro tra l’Italia settentrionale e quella meridio
nale fu largamente mediato e inquadrato fra queste due capitali, sic
ché le due culture regionali — quella del Piemonte e quella espressa
da Napoli —
giocarono un ruolo significativo nel definire tout court
la prima configurazione nazionale di Nord e Sud.
Nel leggere i frequenti riferimenti a Napoli (e ai napoletani) si de
ve ricordare che in questo contesto il nome è polivalente, viene spes
so usato in maniera varia ed indiscriminata per riferirsi a una molte
plicità di oggetti: alla città di Napoli, al sistema amministrativo e po
15 Per una discussione sul tema cfr. G. Galasso, Lo stereotipo del napoletano e le sue vaca
zioni regionali, in Id., L’altra Europa. Per un’antropologia stoñca del Mezzogiorno d’Italia, Mila
no 1982, pp. 143-90, come pure B. Croce, Il Paradiso abitato da diavoli, in Id., Uomini e cose
della vecchia Italia, Bari 1927, pp. 68-86.
58

Moe, «Altro che Italia!»
litico dei Borboni lì situato, alle province meridionali dell’Italia con
tinentale precedentemente sotto il controllo borbonico, come pure
all’intero ex-Regno delle Due Sicilie, compresa la stessa Sicilia. Al
l’interno di questa polivalenza, comunque, sono le caratteristiche· spe
cifiche di Napoli, la città-capitale, che colorano e rappresentano si
nedotticamente il Sud nel suo complesso. Come Giuseppe Galasso
nota, in riferimento al «lento accumularsi di impressioni e di giudizi
[attraverso cui] si forma il cliché del napoletano divulgato nella cul
tura e nella mentalità correnti dell’Europa moderna e contempora
nea», la rappresentazione fornita della città
non sempre o non molto distingue fra Napoli come città e Napoli come Mezzo
giorno nel suo complesso. Del resto, è noto che anche nello stesso ambito italia
no tale distinzione avrebbe tardato a farsi strada ancora dopo la seconda guerra
mondiale, quando nell’Italia padana ovunque si usava chiamare Napoli tutti quanti
i meridionali. Nella indistinzione, tuttavia, è il tratto cittadino a prevalere su quello
più generalmente meridionale “.
Analogamente, come nota Augusto Placanica in riferimento alle in
fluenti considerazioni dei viaggiatori stranieri nel Sud: «La grande Na
poli […] era fin troppo assorbente: i suoi pregi e i suoi difetti finivano
col diventare quelli di tutto il Regno» “. Durante il periodo che stia
mo considerando, quando Napoli serviva come centro politico e am
ministrativo dell’Italia meridionale continentale, la tendenza era par
ticolarmente accentuata e, come vedremo, avrebbe avuto un significa
tivo impatto su come i piemontesi avrebbero raffigurato il Sud18.
16 Galasso, L’altra Europa cit., p. 150.
17 A. Placanica, La capitale, il passato, il passaggio: i viaggiatori come «fonte» della storia me
ridionale, in «Meridiana», 1987, ì, p. 173.
18 II lettore noterà che la questione siciliana e la sua rappresentazione sono totalmente as
senti in questa dissertazione. Questo è dovuto, da un lato, al fatto che la Sicilia è talvolta elisa
nella definizione di Napoli-Mezzogiorno nella maniera appena descritta, dall’altro, al fatto che
Napoli e l’Italia meridionale continentale dominano l’attenzione di questi corrispondenti co
me teatro principale del conflitto politico militare durante questo periodo.
I disordini politici di minore intensità nella Sicilia del tempo senza dubbio contribuiscono
a spiegare perché, quando viene citata, si tenda a rappresentarla in una luce più favorevole ri
spetto a Napoli e all’Italia continentale meridionale. Il rapporto del 9 dicembre 1860 di Vitto
rio Emanuele a Cavour sulle condizioni della Sicilia e di Napoli è sintomatico a questo riguar
do. Il re scrive da
Napoli
che l’isola «è chiamata per l’indole generosa dei suoi abitanti a glorio
so avvenire, poco vi e da fare per metterla sulla via»; il contrasto che egli descrive fra la Sicilia
e Napoli è lampante: «tranquillo sopra quella parte dell’Italia così bene avviata le dirò qualche
cosa delle nostre piaghe di qua. Questo misero paese è ancora in un caos, ed avvilito all’ultimo
eccesso, trovasi come un cavallo che non sente più i speroni, quante volte ho desiderato che
Lei si trovasse qua, onde toccare con mano queste grandi verità, perché temo che Torino non
crede quello che si dice». Cavour, nella risposta, una settimana più tardi, è della stessa opinio
ne: «La Sicilia sarà una delle più belle gemme della sua corona; ed uno degli elementi più vitali
della nazione» (CC, Il carteggio Cavour-Nigra cit., IV, pp. 286-7 e p. 292).
59

Mezzogiorno in idea
2. I napoletani deludono i piemontesi.
Tenendo presenti questi punti, prendiamo adesso in considerazio
ne le lettere stesse. Nel tardo agosto 1860, quando Garibaldi e le sue
truppe salirono attraverso la Calabria verso Napoli dopo aver con
quistato la Sicilia e attraversato lo stretto di Messina, Cavour e i suoi
subordinati rimasero costernati di fronte al fatto che i napoletani non
fossero insorti contro i Borboni prima dell’arrivo di Garibaldi. Essi
avevano il timore che, senza una insurrezione napoletana, la solita
ria conquista di Garibaldi della capitale borbonica avrebbe dato al
Generale uno schiacciante controllo dell’Italia meridionale, e avreb
be messo in discussione l’appoggio francese alla causa dell’Unità ita
liana. I napoletani comunque, nonostante il lavoro degli agents pro
vocateurs piemontesi, non si mossero’. Due commenti fatti a propo
sito dei napoletani in questa occasione da Cavour e dal suo inviato
a Napoli, il Marchese di Villamarina, sono in un certo senso l’inizio
di una lunga «geremiade» contro Napoli e il Sud che riempie queste
lettere2. Il 27 agosto 1860 Cavour scrive:
La condotta dei napoletani è disgustosa: se non vogliono fare niente prima
dell’arrivo di Garibaldi, si meritano d’essere governati come i siciliani da dei Cri
spí o dei Rafaeli’.
Il giorno dopo, Villamarina risponde da Napoli:
È colpa mia, caro Conte, se i Napoletani non hanno sangue nelle vene […]
se sono, per così dire, abbrutiti?4
1 Per un approfondimento di questi eventi, cfr. capitoli 10 e 11 di Mack Smith, Garibal
di e Cavour nel I860 cit., pp. 171-210, come pure Candeloro, Storia dell’Italia moderna cit.,
IV, pp. 473-92. In La nascita dello Stato unitario, Candeloro, riguardo alla fondamentale im
portanza del conflitto fra Cavour e Garibaldi sull’emergere della questione meridionale, ag
giunge: «Il conflitto tra Cavour e Garibaldi (nelFagosto-ottobre 1860) è inoltre tanto più inte
ressante in quanto il primo effetto della vittoria cavouriana fu l’instaurazione nel Mezzogior
no e in Sicilia di quel regime luogotenenziale durante il quale per la prima volta il problema
della convivenza tra Nord e Sud venne in luce in tutta la sua gravità. Nacquero allora i presup
posti fondamentali della questione meridionale, la eguale rappresenta nell’ambito dell’Italia unitaria
la prosecuzione del problema generale dell’unita nazionale» (in Aa.Vv., Problemi dell’Unità
d’Italia. Atti del II convegno di studi gramsciani tenuto a Roma nei giorni 19-21 marzo 1960,
Roma 1962, pp. 43-4).
2
Viljamarina, infatti, arrivò a Napoli alla fine di gennaio 1860, e le frequenti lettere che
egli spedi a Cavour contengono espressioni simili a
queste.
E tuttavia questo momento di de
lusione sulla mancata insurrezione napoletana che da inizio ad un’ondata di condanne senza
precedenti. Il termine «Geremiade» compare in una lettera da lui scritta in risposta al «grido
di dolore della bolgia in cui [era] caduto» lanciato da Massari e riferito a Napoli: «tutte le lette
re che arrivano da Napoli, tutti i racconti che circolano sulle cose’e gli uomini partenopei
finiscono con una interminabile geremiade».
3 CC, Lib. del Me//., π, p. 169.
* Ibid., p. 176.
60

Moe, «Altro che Italia!»
Già in questi due brevi commenti emerge un significativo numero
di elementi sull’attitudine dei piemontesi verso il Sud, che avrebbero
avuto consistenti conseguenze sul modo con cui essi effettivamente
lo avrebbero governato. Nella dichiarazione di Cavour, egli dà poco
credito alle capacità politiche dei napoletani, tanto che essi «merita
no» di essere governati in maniera autoritaria, persino violenta, alla
Rafaeli e alla Crispi, il quale ultimo, come dichiara un gruppo di sici
liani, «ha raccolto in 12 ore di dominio tutto l’odio che il più infame
dei satelliti del Borbone, Maniscalco, raccolse in dodici lunghissimi
anni»5. Villamarina rincara ulteriormente la valutazione negativa di
Cavour sul comportamento politico dei napoletani, attribuendolo più
direttamente al loro carattere: essi «non hanno sangue nelle loro ve
ne», una frase seguita da un esplicito luogo comune, la dichiarazione
della caduta dei napoletani dal rango di esseri civili e umani ad uno
stato di «abbrutimento».
Le due parti dell’osservazione di Villamarina contengono una si
gnificativa oscillazione di giudizio, presente in molte delle dichiarazioni
sul Sud fatte in queste lettere: quella secondo cui i napoletani sono «natu
ralmente» deboli o ignoranti, oppure il loro deplorevole comportamen
to non è piuttosto storicamente determinato, come scrive ad esempio
uno dei corrispondenti, il 29 dicembre 1860: «la conseguenza di un
dispotismo secolare e di un concorso di circostanze luttuosissime»6.
Come si vedrà più avanti in dettaglio, quasi tutti gli uomini7 che
facevano parte della classe dirigente del nuovo stato italiano conside
ravano i popoli e le società dell’Italia meridionale «corrotti» e «ab
brutiti» da secoli di cattivo governo, e quindi diversi da quelli del
Nord, e in particolare dal Piemonte. Viceversa la maggior parte, an
che se con diversa intensità, credeva che il Sud — unanimemente visto
«attraverso il diaframma della vecchia concezione letteraria che attri
buiva ogni sorta di vantaggi di natura e di clima al Mezzogiorno»8
5 Ibid., p. 57.
6 Ibid., IV, p. 148: Ruggero Moscati riassume questo equivoco così: «con tutta la migliore
volontà possibile, alle classi dirigenti subalpine […] e agli stessi esuli napoletani che tornavano
“piemontesizzati” in patria era difficile separare ciò che era manchevolezza e malattia organi
ca del paese da quel che era transitoria conseguenza di un transitorio malgoverno politico»
(cfr. R. Moscati, Il Mezzogiorno nel Risorgimento Italiano, in Questioni di storia del Risorgimen
to e dell’unità d’Italia, a cura di E. Rota, Milano 1951, p. 286).
7
Lady Holland, un’amica di Cavour, è l’unica donna che ha contribuito a questa corri
spondenza. Cavour, in risposta alle critiche alla sua politica nel Sud, scrive: «Se foste uomo
e italiano, vi affiderei le sorti di quelle province; ma poiché non potete governarle, piacciavi
continuare ad illuminarmi sulla loro misera condizione» (CC, Lib. del Mezz., IV,
p. 411).
8 Cfr. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale cit., pp. 271-2. Questo è ciq che For
tunato denuncerà più tardi come il «funesto pregiudizio» a proposito della naturale ricchezza
61

Mezzogiorno in idea
— potesse essere riformato (politicamente, economicamente, moral
mente) attraverso il buon governo dei piemontesi’. Tuttavia, nelle
varie rappresentazioni del Sud presenti in queste lettere, si può spes
so scoprire un cruciale slittamento da una prospettiva storicizzante
verso una che classifica i meridionali e il Sud come essenzialmente di
versi: come disse Cavour in un’occasione, i napoletani sono corrotti
«fino all’osso»l0. Così, se la frase «sono abbrutiti», con le sue impli
cazioni di un processo storico di imbarbarimento, offre la speranza
di una reversibilità del processo che è estrinseco al soggetto, immagi
ni così interiorizzanti come «non hanno sangue nelle vene» e «fino
all’osso» collocano quella corruzione nella profonda natura del sog
getto, adombrando più di un dubbio sulla speranza di una riforma
e di una redenzione”.
Tornerò a questa serie di argomenti riguardanti la corruzione e
la «barbarizzazione» dei napoletani più avanti; ma esaminiamo in
tanto la risposta relativa alla situazione esistente a Napoli in quel mo
mento, data da Giuseppe Massari, amico fidato di Cavour. Origina
riamente di Bari, ma poi vissuto a Napoli, Massari fu uno dei molti
del Sud che «regnò sovrano ai suoi danni. Era un paese che clima e suolo da un lato, e configu
razione topografica dall’altro, rendevano essenzialmente povero, ed esso fu creduto e si credet
te eccezionalmente ricco» (cfr. G. Fortunato, La questione meridionale e la riforma tributaria,
in Id.v II Mezzogiorno e lo Stato italiano, Firenze 1926, II, p. 317). ‘ E la storia di questa «mitica» nozione che Salvadori traccia nel suo II mito del buongo
verno cit.
10 Le parole di Cavour sono riportate da Hudson a Russel in una lettera del 20 novem
bre 1860, citata da Mack Smith in Garibaldi e Cavour nel I860 cit., p. 503. Nello stesso tono,
Villamarina suggerisce in un’altra lettera da Napoli che la storia da sola non basta per giustifi
care il degrado dei napoletani: «Qui non esiste altro che viltà. Per scusarsi essi dicono che sono
avviliti […] ma perché, dico io, si sono lasciati avvilire in questo modo? […] Alla fine la storia
dimostra che tutti i popoli, più o meno ci sono passati, ma non sono caduti in un tale stato
di abbrutimento e eli poltroneria come i napoletani». (CC, Lib. del Mezz., I, p. 141).
11 Un interessante contrasto con questa situazione è l’analoga problematica che esisteva
negli stessi anni in Grecia. In entrambi i casi una questione politicamente e ideologicamente
fondamentale era in quale misura e in quali modi un regime politico corrotto, come quello
dei Borboni nell’Italia meridionale e quello degli Ottomani in Grecia, avesse influenzato la
natura della società e degli individui assoggettati al suo governo. Una differenza chiave fu che
in Grecia, come suggerisce il titolo di un eccellente studio sulla questione di M. Herzfeld, Ours
Once More. Folklore, Ideology, and the making of Modem Greece, New York 1986, c’era una
diffusa nozione, almeno fra gli intellettuali — se non fra il popolo — che esistesse una distinta,
originaria forma di civilizzazione che potesse essere rivendicata. Nell’Italia meridionale, inve
ce, gli strati di dominazione straniera rappresentavano una specie di mise en abîme, includendo
anche i romani. In Platone in Italia, per esempio, Vincenzo Cuoco fa risalire al «contadino
filosofo» dei Sanniti pre-romani la radice incondizionata dell’italianità (per una discussione sul
l’argomento, cfr. G. Bollati, L’italiano, in Storia d’Italia, I, I caratteri originali, a cura di R.
Romano e C. Vivami, Torino 1972, pp. 973-79). Per una discussione sull’importanza della no
zione della riscoperta e rivendicazione dell’«essenza aborigena» nei movimenti nazionalistici
europei della prima metà del XIX secolo, cfr. B. Anderson, Imagined Communities. Reflections
on the Origin and Spread of Nationalism, London 1991, pp. 194-6.
62

Moe, «Altro che Italia!»
leader politici napoletani a passare gli anni fra il 1849 e 1860 in esilio
a Torino12. Egli giocò un ruolo preminente nel rendere nota la
«questione napoletana» durante questo decennio (sia come membro
del parlamento cisalpino sia come autore degli opuscoli della propa
ganda anti-borbonica) e il suo nome ricorrerà di frequente nelle
pagine che seguono. Scrivendo a Donna Ghita Collegno il 23 agosto
1860, Massari sfoga la sua frustrazione contro i napoletani così:
Oh! Quella Napoli come è funesta all’Italia! paese corrotto, vile, sprovvisto
di quella virtù ferma che contrassegna il Piemonte, di quel senno invitto che
distingue l’Italia centrale e Toscana in ispecie. Creda a me; Napoli è peggio di
Milano14.
Massari chiaramente estrapola molte più conseguenze dall’insur
rezione mancata contro i Borboni che non Cavour e Villamarina.
La specifica situazione politica che spinge questo slancio dà infatti
il via ad una dichiarazione generale sulle qualità morali delle diffe
renti regioni dell’Italia15. Con un tono retorico che, seppure non ra
ro in queste lettere, caratterizza in particolare le affermazioni di Massari
sul Sud, l’uomo politico propone Napoli come nemico dell’Italia, col
locandola come si è visto in opposizione al Piemonte, all’Italia cen
trale e alla Toscana (che così, implicitamente, costituiscono la vera
Italia).
Fra l’altro, questa dichiarazione rivela tutto il carico ideologico ne
gativo contro Napoli negli anni precedenti all’unificazione, alimen
tato in larga parte, come si vedrà più avanti, dagli esuli napoletani
a Torino, e che giaceva sopito, pronto ad infiammarsi in occasioni
come questa”. E infatti questo carico eccessivo che caratterizza mol
tissime affermazioni sul Sud in questa corrispondenza. Inoltre, que
12 Per una disamina sulle attività di Massari a Torino durante questi anni, come a propo
sito del suo ritorno a Napoli nel 1860, cfr. R. Cotugno, La vita e i tempi di Giuseppe Massari,
Trani 1931, pp. 154-318.
13 I più importanti di questi furono I casi di Napoli dal 28 gennaio in poi, Torino 1849,
e II signore Gladstone ed il governo napoletano. Raccolta di scritti intorno alla questione napole
tana,, Torino 1851. Gli ultimi contenevano la traduzione italiana delle famose Lettere al conte
di Aberdeen di Gladstone.
14 CC, Lib. del Mezz., il, p. 137.
15 Per il «piemontesizzato» Massari, pure Milano è un buon campo per le critiche. Que
sta sprezzante allusione a Milano (tuttavia favorevole se comparata a Napoli) ci serve a ricor
dare che Napoli-Mezzogiorno era senza dubbio l’unica regione sulla quale i piemontesi mali
gnavano, e che la rappresentazione negativa del Sud avviene in un contesto di molteplici anta
gonismi regionali. Allo stesso tempo, suggerirei, l’annessione dell’Italia meridionale nel 1860-61
costituisce un episodio cruciale nella formazione di un antagonismo dualistico fra il Nord e
il Sud che, mentre sicuramente cancella la forza degli altri più specifici regionalismi e «campa
nilismi», diviene alla fine dominante divisione geopolitica nella immaginazione nazionale.
16 Neil’Awertenza di Massari alle Lettere al conte di Averle di Gladstone, per esempio egli
63

Mezzogiorno in idea
sta lettera è il primo esempio esplicito della logica dell’opposizione
binaria, che struttura l’incontro fra Nord e Sud, rappresentata in questa
corrispondenza. Massari disegna una specie di mappa morale dell’I
talia, divisa fra regioni di virtù (settentrionali) e di vizio (meridionali).
L’italianità di Napoli viene inoltre messa in dubbio per il fatto che
essa è descritta come «funesta» all’Italia (una descrizione che, riferita
al momento particolare dell’agosto 1860, quando il Regno di Napoli
stava di fatto combattendo contro l’«Italia», non è impropria, ma che,
legata alla caratterizzazione universale che segue [«corrotto, vile, sprov
visto di quella virtù»] perde la sua pretesa di specificità storica).
3. L’incontro con i barbari.
La rivolta mancata dei napoletani nel 1860 dette così adito a una
serie di caratterizzazioni negative della società e del popolo di Napo
li. Nelle pagine seguenti questi stereotipi riappariranno in combina
zioni differenti, con differenti alterazioni, accompagnate da molte altre
che devono essere ancora prese in esame. Un’opinione in particola
re, vicina a quella sostenuta fra gli altri da Villamarina, che i napole
tani fossero diventati «brutali», gioca un ruolo particolarmente im
portante nel campo immaginario che stiamo esaminando: barbarie
e il suo più o meno esplicito complemento, civiltà. E esattamente
questa idea a essere enfatizzata in una delle dichiarazioni iniziali di
tale letteratura fiorita dall’incontro piemontese con il Sud, come si
può vedere in una lettera a Cavour del 27 ottobre 1860 indirizzata
da Luigi Carlo Farini, capo amministratore del Sud durante i primi
mesi del controllo piemontese. In questa lettera, scritta poco dopo
il suo arrivo nelle province napoletane, Farini descrive il famoso in
contro fra Garibaldi e re Vittorio Emanuele a Teano. Egli rivolge
la sua attenzione allo stato di questi territori:
Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che
barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini, a riscontro di questi caffo
ni, sono fior di virtù civile. E quali e quanti misfatti!1
Barbarie e civiltà, Africa e Italia, questi sono gli opposti che strut
turano la rappresentazione del Sud nella dichiarazione di Farini. Il
presenta la lotta contro i Borboni nei termini di «gran battaglia della civiltà contro la barbarie,
del senno contro l’ignoranza, della virtù contro il vizio, dell’innocenza contro la calunnia»
(// signor Gladstone ed il governo napoletano cit., p. 11).
1 CC, Lib. del Mezz., Ili, p. 208.
64

Moe, «Altro che Italia!»
drammatico segno del primo impatto piemontese con l’Italia meri
dionale non è tanto fatto di un’affermazione quanto da una serie di
esclamazioni.
Questa terra è «altro che Italia», altro che quell’unità socio-politica
immaginata dai Farini, dai Cavour, dai Villamarina e dagli altri membri
della classe dirigente moderata piemontese, che in quell’esatto istan
te erano in procinto di consolidare la loro egemonia politica sulle
forze democratiche dell’opposizione.
Farini probabilmente ci fornisce la più concisa espressione del con
trasto fra il Sud barbarico e la civilizzata Italia (settentrionale), rispet
tivamente connotati qui in termini di Africa e il suo implicito Altro,
l’Europa2. Esso ricorre frequentemente, comunque, e, mentre le
specifiche inflessioni della contrapposizione variano conformemen
te al contesto nel quale si presenta, i suoi caratteri rimangono gli stessi.
Nel seguente brano di un memorandum sulle condizioni dell’Italia
meridionale scritto da Lady Holland a Cavour da Napoli nel tardo
ottobre, l’enfasi sullo «stato di indecenza» e sulla mancanza di strut
ture civili nel Sud va di pari passo con l’idea che i piemontesi do
vranno costruire una civiltà partendo da zero:
È poi rimarchevole che in questo Regno delle Due Sicilie il nuovo governo
troverà che tutto è da fare […]. Tutte le città di Napoli e Sicilia sono in uno stato
di indecenza, quasi inferiori a quello delle antiche tribù dell’Africa. Le prigioni
ed i luoghi penali sono locali dove appena si possono tenere le belve. Non vi sono
fontane pubbliche, non orologi, e tutt’altro che a civili contrade si conviene3.
2 Nel suo rapporto al Ministro degli Interni Marco Minghetti sulle condizioni dell’Italia
meridionale, Diomede Pantaleoni descrive le difficoltà del viaggiare in Calabria durante l’esta
te 1861 nel modo seguente: «Bisogna avere 40, 60 uomini di scorta, andare di conserva con
altre vetture, armati tutti da capo a piedi, e viaggiare come caravane nel deserto per difendersi
dagli Arabi e da’ Beduini […]. Non hawi una sola parola di esagerazione in tutto ciò! È la
storia, la semplice storia del modo stesso col quale […] ho dovuto e potuto viaggiare io stesso
in quelle parti» (P. Alatri (a cura di), Le condizioni dell’Italia meridionale in un rapporto di
Diomede Pantaleoni a Marco Minghetti (1861), in «Movimento operaio», 1953, 5-6, p. 771). Al
cuni anni dopo, A. Bianco di St. Jorioz fu persino più esplicito a proposito della paradossale
coesistenza di «Italia» e «Africa» nella stessa nazione: «Qui siamo fra una popolazione che,
sebbene in Italia e nata italiana, sembra appartenere alle tribù primitive dell’Africa» (in B. Cro
ce, Storia del Regno di Napoli, Bari 1972, p. 246).
3 CC, Lib. del Men., in, p. 244. E interessante mettere a contrasto questa descrizione di
Napoli offerta dal federalista milanese Giuseppe Ferrari alcune settimane prima al Parlamento
durante il dibattito dell’8 ottobre sull’annessione delle province meridionali. Nel discorso contro
l’annessione e a favore di una federazione egli declama: «Ho visto una città colossale, ricca,
potente […]. Ho visto strade meglio selciate che a Parigi, monumenti più splendidi che nelle
prime capitali dell’Europa, abitanti fratellevoli, intelligenti, rapidi nel concepire, nel risponde
re, nel sociare, nel agire. Napoli è la più grande capitale italiana, e quando domina i fuochi
del Vesuvio e le ruine di Pompei sembra l’eterna regina della natura e delle nazioni (Atti del
Parlamento Italiano. Discussioni della Camera dei Deputati (Sessione del 1860, 2°periodo), Tori
no 1860, p. 936). Alla luce delle rappresentazioni cavouriane di Napoli, sembra esistere una
65

Mezzogiorno in idea
Una simile visione dell’incivile Sud, come di un posto dove la so
cietà deve essere costruita ex novo, compare in una lettera a Cavour
scritta dal suo Ministro della Giustizia, G.B. Cassinis, durante una
visita di governo a Napoli nel tardo novembre. Cassinis inquadra il
problema in termini di necessità di creare nel Sud la «coscienza pub
blica» indispensabile per «l’applicazione» di un sistema costituziona
le di governo:
Bisogna in certa guisa adunque rifare il paese, rifare, o dirò meglio creare, la
coscienza pubblica, bisogna rendere gli uomini capaci della applicazione del si
stema costituzionale. E sarebbe cosa da spaventarsene, sarebbe cosa da riputarsi
impossibile, se questa medesima terra tanto lontana dalle idee di progresso e di
civiltà non ci presentasse opportunità speciali4.
Il Sud è «così lontano dall’idea di progresso e civiltà» (che, ancora,
implicitamente caratterizza i piemontesi) che occorrerà un interven
to piemontese o, come Massari scrive in un’altra occasione, «una grossa
invasione di moralità piemontese», per riformarlo. Alla stessa maniera
la dichiarazione di Cassinis manifesta l’atteggiamento di possesso o,
più precisamente, imperialista verso l’Italia meridionale che è un se
gno distintivo di questa corrispondenza, un atteggiamento che si fonda
su un’assunzione del carattere fondamentale della stabilità e autono
mia dei piemontesi. Come si potrà notare più chiaramente in seguito,
i piemontesi si sentono in queste lettere attivi, stabili e sovrani con
tro un Sud che viene presunto essere passivo, notevole e eteronomo.
La rappresentazione del Sud come una terra di barbarie (variamente
qualificata come indecente, priva di «coscienza pubblica», ignorante,
superstiziosa ecc.) è evidentemente una delle più efficaci vie per af
fermare la distanza e la differenza del Sud dal civile Nord piemonte
se. Allo stesso tempo essa implica un corollario, il bisogno di una
giustificazione dell’intervento e della riforma del Sud da parte dei pie
montesi. La rappresentazione del Sud in questi termini funziona co
me una specie di altalena figurativa: tanto più in basso cade il Sud
nella rappresentazione del Nord, tanto più si innalza la rappresenta
zione che il Nord fa di sé.
La distanza e la differenza del Sud dal Nord è così qualcosa che
consolida l’identità del Nord come moralmente, culturalmente e tee
correlazione fra l’orientamento politico federalista di Ferrari e il suo rigetto per la realtà civile
e umana di Napoli. Questa ipotesi deve essere considerata, comunque, in relazione al caso di
Massimo d’Azeglio.
4 CC, Lib. del Mezz., III, p. 351. Deve essere considerata, inoltre, la seguente dichiarazio
ne sulla selvaggia mentalità dei Napoletani: «Napoli ha una popolazione profondamente
ignorante, semi-barbara, e di una superstizione che non ha pari nelle istorie» [ibid., p. 332). I
66

Moe, «Altro che Italia!»
nicamente superiore a quella del Sud; un senso di superiorità ampia
mente espresso da Diomede Pantaleoni in una lettera a Cavour del
6 novembre 1860:
La nostra annessione con Napoli e con quelle provincie appestate e guaste
dal dispotismo più assurdo è già un’ardita pruova che noi facciamo, ma almeno
con la nostra forza, col nostro coraggio più grande, con la nostra superiore intel
ligenza e superiore morale, con la nostra esperienza e il nostro carattere, possia
mo sperare di governarle e domarle5.
O in questa lettera a Massimo d’Azeglio del 21 agosto 1861, che
enfatizza la benevolenza del Nord verso il Sud:
Credimi, non siamo noi che profittiamo nell’unione, ma sono queste sciagu
rate popolazioni senza morale, senza coraggio, senza cognizioni e dotate solo di
eccellenti istinti e d’un misto di credulità e di astuzia che le dà ognora nella mani
dei più gran farabutti’.
Queste asserzioni sulla rovina civile del Sud («provincie appestate
e guaste») giustapposte alla positiva capacità del Nord di governarlo,
conoscerlo a fondo e aiutarlo, rappresentano una delle posizioni chiave
prese dal Nord nei confronti del Sud in queste lettere. E una posizio
ne di supremazia del potere del Nord sulla disfunzionalità del Sud,
attraverso la sua capacità di sottometterlo. C’è comunque un’altra
posizione assunta dal Nord, che rivela un’altra faccia della differenza
con il Sud, e che si dimostra essere molto più instabile di quella appe
na considerata. Questa posizione emerge quando il Sud si rivela agli
osservatori settentrionali eccessivamente brutto, disgustoso e abiet
to. Queste manifestazioni della differenza del Sud minacciano l’ar
dente e trionfante senso di superiorità settentrionale che riempie queste
lettere, chiamando in questione l’abilità del Nord di avere la meglio
su questa marcata condizione di negatività.
Il tipo di rappresentazione generato da questa relazione è tale che
le qualità negative del Sud sono articolate meno delle asserzioni sulle
capacità del Nord di governarle e di riformarle. E, in genere, tali rap
presentazioni sono le più enfatiche e indiscriminate in questa corri
termini iperbolici di questa affermazione ancora una volta sono notevoli. Il lettore che volesse
avere un confronto, un’idea circostanziata delle strutture e della situazione culturale di Napoli
all’indomani dell’unificazione cfr. P. Macry, La Napoli dei dotti. Lettori, libri e biblioteche di
una ex capitale (1870-1900), in «Meridiana», 1988, 4, pp. 131-61.
5 CC, La questione romana degli anni 1860-1861, I, Bologna 1929, p. 70.
6 Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni. Carteggio inedito, Torino 1888, p. 441. Dal pun
to di vista della risposta del lettore a tali osservazioni, alcuni decenni dopo, è interessante nota
re che l’editore di questo volume di lettere sentì necessario, nel 1888, difendere d’Azeglio con
tro le accuse di antinapoletanismo inserendo questa nota: «Va al solito notata l’eccessività di
queste considerazioni dettate da inquietudine patriottica».
67

Mezzogiorno in idea
spondenza, confondendo incautamente il registro del giudizio mora
le e la descrizione oggettiva. Leggendo il brano seguente, tratto dal
diario del generale Paolo Solaroli, e scritto il 12 dicembre 1860 dopo
una breve visita a Napoli nel dicembre 1860, è lecito chiedersi a qua
li aspetti del popolo napoletano possano riferirsi parole come «brut
ta», «mollezza», «vizio» e «sudiciume»:
Dirò due parole sulla tanto decantata Napoli dal bel clima. La popolazione
è la più brutta ch’io abbia veduta in Europa dopo Oporto, ma sorpassa questa
nella mollezza e nel vizio, nel sudiciume. […] Abbiamo acquistato un cattivissi
mo paese, ma sembra impossibile che in un luogo ove la natura fece tanto per
il terreno, non abbia generato un altro Popolo7.
Come altre affermazioni dello stesso tipo, l’insistenza (o, meglio,
l’ossessione) per queste caratteristiche negative richiama l’attenzione
sullo stato soggettivo dell’autore e sull’effetto che questa presunta realtà
produce su di lui. In contrasto con il gruppo di affermazioni consi
derate sopra, dove dominano la capacità di riformare, di capire a fondo
e di governare, in questo gruppo l’enfasi sulla natura abietta del Sud
tende ad essere associata strettamente al senso di sopraffazione del
l’autore rispetto a questo stato di negatività. Secondo Massimo d’A
zeglio, per esempio, il Nord non si era assunto il compito erculeo
di ripulire le «stalle augee» del Sud* (un’immagine che esprime l’i
dea della superlativa sporcizia del Sud, con un tocco di classicismo).
In un’altra occasione, e in un altro registro figurativo, d’Azeglio scrive:
«In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come metter
si a letto con un vaiuoloso»’; e, un anno dopo «Quanto a Napoli,
più si va avanti e meno funziona. E un’ulcera che ci rode e che ci
costa»10.
7 CC, Lib. del Mezz., v, pp. 231-2. Sarebbe difficile trovare una ripresa tanto esplicita del
proverbio che descrive Napoli come «un paradiso abitato da diavoli» e che Croce afferma esse
re uno dei temi ricorrenti nella rappresentazione di Napoli fin dal tardo tredicesimo secolo
(cfr. Croce, Uomini e cose della vecchia Italia cit., pp. 68-86).
8 Cfr. Mack Smith, Garibaldi e Cavour nel 1860 cit., p. 177 e p. 505.
9 Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni cit., p. 430. Anche in questo caso, l’editore cer
ca in una nota di discolpare d’Azeglio: «Sono le reminiscenze del pestifero governo borboni
co. Absit iniuria da quella popolazione, così geniale, che ha pure eccellenti e serie qualità» e
si sforza chiaramente di dissipare la protratta confusione fra il sistema politico e il carattere
essenziale dei napoletani discusso in precedenza. ,0 Cit. da E. Flora, Massimo d’Azeglio e l’annessione delle province meridionali, in Aa.Vv.,
Atti del XXXVII congresso di storia del Risorgimento italiano, Roma 1961, p. 100. Nel contesto
prevalentemente moderato dei Carteggi Cavour presi in esame, l’affermazione di d’Azeglio ci
fa pensare che la denigrazione dell’Italia meridionale non è soltanto limitata all’entourage ca
vouriano e alla classe dirigente moderata ma è qualcosa che coinvolge le stesse correnti politi
che. Professando, in uno spirito federalista di aperta polemica con i cavouriani, il diritto dei
68

Moe, «Altro che Italia!»
In ognuna di queste affermazioni il Sud è rappresentato come quello
che snerva, contamina, sottrae al Nord, appare abietto e tende quin
di a suscitare disgusto, ispirare paura e sgomento, come nell’afferma
zione: «la fusione coi Napoletani mi fa paura», o «ciò che a me so
prattutto spaventa è il distacco della vita morale e politica che esiste
tra queste provincie con quelle della media e dell’alta Italia».
Ma paura e disgusto non sono che una faccia della stessa medaglia;
l’identico elemento che rappresenta una fonte di repulsione e di di
sgusto può, quando visto in una luce diversa, costituire una fonte di
attrazione e di piacere. Osserviamo questa forma di ambivalenza psi
chica, questa complicità di disgusto e desiderio, in una lettera di Giu
seppe Massari. Subito dopo il suo rientro a Napoli, dopo un decen
nio passato in esilio in Piemonte, egli comunica queste «impressio
ni» a Cavour in una lettera del 21 ottobre:
Mi trovo in un mondo affatto nuovo per me, e voglio dirle le mie impressio
ni. Napoli porge lo spettacolo più bizzarro e più singolare che possa immaginar
si: quello di una anarchia pittoresca ad un tempo e grottesca: un chiasso dell’al
tro mondo, un va e vieni continuo di gente, un gridare che stordirebbe anche
il Senatore Plana e un sudiciume da digradarne Costantinopoli. Io ho sempre
amato ed apprezzato il Piemonte, ma dopo questi tre giorni in Napoli lo adoro.
Il contrapposto è indescrivibile11.
Massari ci offre qui alcuni degli stereotipi più comuni su Napoli:
la sua «anarchia», menzionata da numerosi corrispondenti che alter
nativamente la descrivono come Babele o Babilonia («l’immondo spet
tacolo di questa immonda Babilonia»), la sua confusione e folla ur
lante, la sua sporcizia, descritta qui con un tocco d’Oriente, che su
pera anche quello di Costantinopoli12. Ma non sono tanto questi
napoletani all’autodeterminazione e all’autonomia politica, d’Azeglio presenta tuttavia una vi
sione del Sud simile alla loro nel suo viscerale senso di disprezzo e di disgusto. L’immaginazio
ne geografica, in altre parole, non si allinea esattamente con una sola posizione politica, ma
è piuttosto «predeterminata»: è il prodotto di diverse formazioni sociali, culturali, regionali
e politiche. Per un’approfondita analisi cfr. D. Bidussa, La grammatica dell’antisemitismo ov
vero il ritorno del complotto, in «Il Manifesto», 3 aprile 1992, con specifico riferimento alla
inesatta aderenza fra la grammatica e la politica dell’antisemitismo.
11 CC, Lib. del Mezz., Ill, p. 163.
12 Durante lo stesso anno Ferdinando Gregorovius aveva trovato Napoli altrettanto ripu
gnante: «Napoli ha addirittura qualcosa di repulsivo, con questo suo caos di case alte fino al
cielo, architetture barocche, afa, la polvere delle strade e la confusione assordante» (cit. in Ga
lasso, L’altra Europa cit., p. 155), mentre dieci anni prima Nassau William senior descriveva
uno scenario da incubo: «Sudicie carrozze
piene
di sudicia gente rischiano ogni momento di
schiacciarvi. Sudici pedoni, il cui contatto e ripugnante, vi urtano coi gomiti ad ogni passo;
l’aria è polverosa e piena di puzza; orribili mendicanti vi sciamano intorno» (cit. in F. Venturi,
L’Italia fuori d’Italia, in Storia d’Italia, III, Dal primo Settecento all’Unità, a cura di R. Roma
no e C. Vivami, Torino 1973, p. 1392).
69

Mezzogiorno in idea
luoghi comuni che meritano la nostra attenzione, quanto piuttosto
la cornice per la loro rappresentazione.
Innanzitutto Massari, che era stato cittadino di Napoli, esprime
il suo stupore da (assimilato) piemontese, di fronte al «completamen
te nuovo» mondo di Napoli. Lo «spettacolo napoletano» è «curioso»
e «singolare», fino ai limiti dell’immaginabile. La distanza che separa
Napoli dal Piemonte è un abisso, il contrasto fra loro «indescrivibi
le». Da questo contrasto e impatto l’identificazione con il Piemonte
da parte dell’autore emerge consolidata e confermata: «Io ho sempre
amato ed apprezzato il Piemonte, ma dopo questi tre giorni a Napo
li lo adoro».
La caratteristica più sorprendente del brano è la sua doppia visio
ne dell’anarchia di Napoli, che etichetta con «allo stesso tempo pit
toresca e grottesca». Napoli è grottesca e, come indicano il generale
Solaroli e Massimo d’Azeglio, «rumorosa, sporca, disordinata». Ma
dall’altro lato è pittoresca. Massari con una formula descrive la dia
lettica di attrazione e repulsione che lega il Nord con il suo Altro
dell’Italia meridionale, sia in questo periodo che nei decenni che se
guono. Nell’affermazione abbiamo ritenuto che la dimensione grot
tesca repulsiva è quella principale, ma sembra evidente che l’eccessi
va insistenza e la ricorrente ossessione delle qualità negative del Sud
costituiscano una forma di attrazione verso di esso (appropriata la
frase di Charles Dickens: «l’attrazione della repulsione»). Come os
servano Stallybrass e White a proposito degli «Altri-bassi» che la so
cietà borghese definisce sporchi, repulsivi, rumorosi e infetti: «nel di
sgusto c’è sempre un po’ di desiderio. Questi bassi dominii, apparen
temente chiamati come “Altro” ritornano come elementi di nostal
gia, desiderio e fascinazione»13. Ritornano, nel nostro caso, come
«pittoreschi»: quella lente attraverso la quale il Sud è stato così spes
so guardato dalla seconda metà del diciottesimo secolo in avanti14.
Per inquadrare il problema in terminiJoucaultiani, la formulazione
di Massari testimonia quello che potrebbe essere descritto come l’«in
vito al discorso» che il Sud offre al Nord; un invito che un altro cor
rispondente esprime in un modo che potrebbe servire come contrap
15 P. Stallybrass e A. White, The Politics and Poetics of Trasgression, London 1986, p. 191.
14 Cfr. Placanica, La capitale, il passato, il paesaggio cit. p. 175. Per citare un esempio fra
gli anni settanta e gli anni ottanta, il «pittoresco» era la componente centrale della rappresenta
zione del Sud neH’«Illustrazione Italiana», la rivista milanese nella quale Verga pubblicò alcune
delle sue prime novelle. Cfr. anche J. Dickie, The Power of the Pictoresque: Representation of
the South in the «Illustrazione Italiana», in Id., The Other Italy 1860-1900. Nationalism and Eth
nocentrism in Representations of the Mezzogiorno, tesi di dottorato, Sussex University 1992.
70

Moe, «Altro che Italia!»
punto non solo in queste lettere, ma anche al discorso sul Sud come
un tutto nel primo decennio che segue all’unificazione:
Mi perdoni l’Eccellenza Vostra queste parole gettate a tutta furia su queste
carte. Egli è questo un paese troppo interessante per non fermarsi a discorrerne
lungamente
4. Due mappe morali.
La collocazione dei vari tratti morali, politici e culturali sull’as
se geografico di Nord e Sud è una delle operazioni fondamentali
che delineano il confronto piemontese con il Sud inscritto in que
ste lettere. Nella dichiarazione che abbiamo appena esaminato es
so era presente in maniera più o meno implicita, in altre è artico
lato in modo più chiaro ed elaborato. Il conte piemontese Guido
Borromeo, da poco nominato segretario generale del Ministro de
gli Interni, in una lettera a Ferdinando Riccardi di Netro del 14
dicembre 1860 afferma:
Conosco molto codesto Paese dove ho soggiornato per più di due anni conse
cutivi e so di quali spine, e di quanti agguati siano cosparse le sue vie. Avvezzi
alla severa disciplina e alla sdegnosa onestà del nostro settentrione, la viltà, l’in
gordigia, la venalità e la malafede che cresce in ragione cubica più si discende
verso il calcagno dello stivale fanno un effetto disperante. Ci vorranno due gene
razioni prima che il rubare, il mentire, il truffare siano costì considerate azioni
non proibite soltanto dal Codice. Eppure bisogna che qualcuno si assuma di far
da maestro e da pedagogo
Ci troviamo qui di fronte ad una delle solite opposizioni gerarchi
che fra Nord e Sud, fra la disciplina e l’onestà del primo e la «viltà,
l’ingordigia, la venalità e la malafede» del secondo. Quello che mera
viglia è l’immaginazione cartografica usata in questo brano, il modo
con il quale l’autore rintraccia una sola etica di valori discendente
con regolarità matematica muovendosi «verso il calcagno dello stiva
le». Anche in questo caso le disastrose condizioni del Sud costitui
scono una fonte di disperazione per il piemontese, «fanno un effetto
disperante»; e questo senso di costernazione porta ad adottare uno
status morale superiore: quello della «guida e del pedagogo».
In un’altra lettera del 9 febbraio 1861 troviamo una versione in
un certo senso diversa di questa mappa morale. Se infatti la prece
dente lettera era stata scritta da un aristocratico piemontese, ufficiale
15 CC, Lib. del Mezz., rv, p. 481.
1 CC, Lib. del Mezz., rv, p. 71.
71

Mezzogiorno in idea
governativo, che in virtù di «più di due anni consecutivi» di residen
za nel Sud dichiara di avere l’autorità di descriverlo e metterlo a con
fronto con il Nord, l’autore della seguente citazione è un avvocato
napoletano e patriota, Tommaso Sorrentino. Il testo di Sorrentino
è un memorandum a Costantino Nigra, all’epoca segretario del Prin
cipe Eugenio di Carignano, luogotenente generale delle provincie na
poletane. Egli dà a Nigra alcuni consigli sul luogo e suggerimenti per
governare con successo le provincie napoletane:
Pensi che l’Italia dall’Alpi agli Appennini romani ha una vita, un pensamen
to, una leva; dagli Appennini al mare ne ha un’altra. Nel Settentrione predomi
na il patriottismo, nel Mezzogiorno l’interesse; là è spontaneo il sagrifizio, qui
si opera per egoismo; nel Nord si riflette, qui nel Sud si saltella; là vi è concordia
almeno nel fine, qui si discorda in tutto; nell’alta Italia si conosce la vita politica,
nella bassa s’ignora affatto; di sopra, vi è educazione civile, di sotto pubblica cor
ruzione2.
Mentre Borromeo dà, come si è visto, l’immagine di una scala etico
culturale di valori discendenti dal Nord al Sud, Sorrentino fornisce
uno schema geograficamente più dicotomizzante. La sua Italia è di
visa dagli Appennini romani, al di là e al di qua dei quali esiste una
distinta forma di «vita, pensiero, educazione». Sorrentino traccia questa
dicotomia, passando ripetutamente da Nord e Sud, valorizzando con
sistentemente il primo e svalutando il secondo. Anche le variazioni
che egli impiega per indicare l’Italia settentrionale e meridionale so
no significative: dopo avere specificato all’inizio Nord (Settentrio
ne) e Sud (Mezzogiorno), egli scrive «là» e «qui» due volte rispettiva
mente, poi «l’alta» e «la bassa» Italia e alla fine «di sopra» e «di sotto».
La modulazione delle semplici indicazioni di «lì» e «qui», fino a que
sti altri termini combinati come enfatico contrasto morale fra i due
luoghi, serve per tinteggiare con decisi colori morali quelli che altri
menti sarebbero meri aggettivi.
5. Locali, stranieri, emigranti.
Sia Borromeo che Sorrentino tracciano la mappa di una serie di
caratterizzazioni etico-sociali della nazione italiana di nuova costitu
zione sull’asse geografico Nord-Sud, con una decisa valorizzazione
del primo. Ma se questa scala di valori può avere un senso in quanto
2 Ibid., IV, p. 288.
72

Moe, «Altro che Italia!»
scritta dalla penna di un piemontese come Borromeo, come si può
spiegare una tale visione da parte di un napoletano? La questione tocca
uno dei problemi fondamentali per l’analisi dell’immaginazione geo
grafica degli italiani, ovvero per tutto ciò che riguarda i rapporti fra
locali e stranieri, fra residenza, viaggio e migrazione, nell’articolazione
di un ragionamento sull’Italia meridionale. Prendiamo in considera
zione alcuni degli aspetti più importanti di tale questione.
In primo luogo, la rappresentazione di Napoli e dell’Italia meri
dionale come di una terra di sensualità, ignoranza, barbarie, degra
do, corruzione ecc. era molto diffusa negli scritti dei diplomatici in
glesi, francesi e tedeschi e di coloro che viaggiavano verso il Sud du
rante il XVIII ed il XIX secolo ‘. Si trattava di un discorso transeu
ropeo, di forte richiamo, che circolava attraverso libri, letture, circo
li diplomatici e salotti, con il quale le classi più alte sia di Napoli che
di Torino avevano molta familiarità.
I meridionali, comunque, non erano affatto i meri destinatari di
questa produzione. Come nota Augusto Placanica, la visione euro
pea dell’Italia meridionale era essa stessa il prodotto del contatto fra
questi viaggiatori e i loro interlocutori meridionali e soprattutto na
poletani. Per allargare e modificare un’idea di Placanica riguardante
la Calabria, questi rapporti di viaggiatori non erano tanto impressio
ni «esterne» di stranieri, quanto la «sintesi della communis opinio cir
colante negli ambienti dell’intellettualità» meridionale con la quale
essi venivano a contatto, una specie di «manifestazione collettiva di
opinioni, convinzioni, propositi, speranze» riguardo al Sud che ri
sultavano dal rapporto tra residenti locali e stranieri2.
Questi interlocutori napoletani visualizzavano il Mezzogiorno, con
cepito come le province fuori dalla capitale, come una terra incogni
ta, selvaggia, fuori dalla civiltà, un’«Africa». Anche per i napoletani
«un viaggio in Calabria equivaleva] a un viaggio in Marocco»3; per
un residente a Napoli, non meno che per un viaggiatore tedesco in
gita turistica, «Calabria o Lucania o Molise, le province erano conti
nenti del tutto estranei e lontanissimi»4. Questo contributo napole
tano alla rappresentazione negativa delle province meridionali dell’I
1 Per una discussione approfondita sulla rappresentazione dell’Italia meridionale da parte
dei viaggiatori europei durante questo periodo, cfr. l’introduzione di A. Mozzillo, Viaggiatori
stranieri nel Sud, Milano 1964, pp. 9-89.
2 A. Placanica, Calabria in idea, in Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità ad Oggi. La Cala
bria, a cura di P. Bevilacqua e A. Placanica, Torino 1985, pp. 588-9.
3 Cfr. Mozzillo, Viaggiatori stranieri nel Sud cit., pp. 10-1.
4 Cfr. Placanica, La capitale, il passato, il paesaggio cit., p. 174.
73

Mezzogiorno in idea
talia fornisce quindi un ulteriore contesto per la comprensione della
mappa gerarchica tracciata da Sorrentino dell’Italia settentrionale e
meridionale. Anche i corrispondenti meridionali dei Carteggi di Ca
vour partecipano alla rappresentazione negativa, genericamente rife
rita non solo alle provincie ma a queste e alla capitale insieme, spesso
concepite come «un’unica, indifferenziata realtà umana e civile»5.
Per comprendere le ragioni che stanno dietro questa denigrazione più
o meno globale del Sud da parte degli stessi meridionali, conviene
focalizzare la nostra attenzione sugli esuli napoletani che passarono
gli anni fra il 1848 ed il 1860 nell’Italia settentrionale. Questi uomini
erano fra i più ferventi critici del sistema politico borbonico e, a vari
gradi, della società meridionale italiana6. Come nota Denis Mack
Smith, citando Liborio Romano: «Durante il loro soggiorno a Tori
no e Firenze tra il 1848 e il 1860 costoro avevano imparato a disprez
zare i loro fratelli meno fortunati rimasti in patria; e ora che erano
tornati a Napoli con Farini “modestamente credevano non esservi
più nulla di buono tranne essi soli, ritenevan per ingovernabili, de
gradate ed immorali queste nostre province del Mezzogiorno”»7. In
un memorandum anonimo, scritto a Cavour poco prima della sua
morte, l’autore analogamente descrive come questi esuli erano giun
ti simultaneamente a disprezzare il Sud e a sposare le opinioni e le
posizioni politiche dei piemontesi:
Né è da dissimulare che gli emigrati di Napoli, i quali giustamente avevano
ammirato dappresso la gloria del Piemonte dal 1848 finora, ed avevano delle or
ribili sventure della patria loro dato colpa, non solo all’opera del dispotismo, ma
anche delle leggi, s’irritavano fieramente della resistenza morale che incontrava
no, e quindi vieppiù ostinandosi nel mal concetto disegno, dipingevano al Go
verno centrale il paese come corrotto, barbaro, indegno di tutto il bene che gli
si arrecava, e degno solo di essere obbligato con la forza a quell’abisso di novità
improvvisate. Anzi: che si dovesse più avvilire ed indebolire, perché venisse a
rimorchio del Piemonte, e non fosse un imbarazzo a grandi e gloriosi destini
dell’Italia8.
L’autore così incita Cavour «che si cessi da questo affettato spre
5 Cfr. Galasso, L’altra Europa cit., p. 158.
6 Candeloro descrive gli esuli napoletani come «quasi tutti […] assai piemontesizzati e di
venuti quasi estranei al paese» (Storia dell’Italia moderna cit., V, p. 125) e, similmente, V illari:
«tranne qualche rarissima eccezione, erano rimasti assai lontani dalla analisi della realtà meri
dionale nel suo complesso, dei rapporti sociali e civili esistenti nel Mezzogiorno, delle sue con
dizioni ed esigenze economiche» (Mezzogiorno e contadini nell’età moderna cit., pp. 273-4).
7 Mack Smith, Garibaldi e Cavour nel 1860 cit., p. 511. Per un’analisi del ritorno a Na
poli degli esuli, cfr. P. Villani, Napoli 1860: Il ritorno degli esuli, in «Cronache meridionali»,
1960, 12, pp. 729-45.
8 CC, Lib. del Mezz., v, p. 414.
74

Moe, «Altro che Italia!»
gio per tutto che al Napoletano appartiene».
Oltre alla collaborazione politica fra gli esuli napoletani e i pie
montesi, c’era quindi una complicità immaginativa che implicava un
certo «spregio» per le cose napoletane. Per entrambi i gruppi la causa
prima di questo stato d’animo era il regime borbonico che, come scrive
Croce, era divenuto «organicamente» «un ostacolo pei patrioti e uni
ficatori e unitari italiani» ‘, e che Gladstone aveva condannato niente
meno che come «la negazione di Dio eretta a sistema di governo»10.
Tuttavia, come si è visto più volte, la condanna che gli esuli e i pie
montesi indirizzarono a Napoli andò oltre i suoi obiettivi politici,
colpendo invece la realtà civile ed umana dell’Italia meridionale nel
suo complesso. Nel caso dei piemontesi non c’è niente di particolar
mente sorprendente a proposito dei pregiudizi anti-napoletani, almeno
quando visti alla luce del forte antagonismo regionale che ha caratte
rizzato la storia italiana e, più specificatamente, alla luce dell’osser
vazione di Romeo secondo cui «certa disistima generica per i napole
tani era cosa antica in Piemonte, e testimonianze numerose possono
addursene fino, per esempio, dal 1821, e anche prima, specialmente
per la scarsa considerazione che si aveva degli eserciti napoletani e
loro prove durante le guerre della repubblica e dell’impero e nelle
successive del Risorgimento»”. Ma la «disistima» dei napoletani stes
si per Napoli e il Sud necessita di un’ulteriore spiegazione.
Nella sua Storia del Regno di Napoli, Croce dedica una consistente
attenzione alla questione degli esuli napoletani, sottolineando la di
sillusione che questi sentirono al loro ritorno a Napoli nel 1860. Do
po aver citato l’espressione di nausea e orrore di Silvio Spaventa di
fronte alla rovina morale che egli trova al suo ritorno12, Croce scri
ve che gli esuli
riportarono allora la taccia di essersi disinteressati del Mezzogiorno, e anzi di
aver dato verso di esso non dubbi segni di noncuranza e di sprezzo. E nondime
no quegli uomini meritavano qualche scusa, perché, assorti dapprima negli studi
e poi gettati negli ergastoli o cacciati in esilio, poco conoscevano delle condizio
9 Cfr. Croce, Storia del Regno di Napoli cit., pp. 231-2.
10 La frase appare nelle Lettere al conte di Aberdeen di Gladstone, pubblicate da Massari,
Il signor Gladstone ed il governo napoletano cit. Per una discussione sul ruolo di Gladstone
nella campagna anti-borbonica degli anni cinquanta e una collezione di importanti documenti,
cfr. B. Zumbini, W.E. Gladstone nelle sue relazioni con l’Italia, Bari 1914 e Venturi, Storia d’Ita
lia cit., III, pp. 1391-9.
11 Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale cit., p. 271.
12 «Il lezzo e il fradiciume che è qui ammorba i sensi. Non si vede né modo né verso co
me questo paese possa rientrare in un assetto ragionevole; pare come se i cardini dell’ordine
morale siano stati sconficcati» (cit. in Croce, Storia del Regno di Napoli cit., pp. 245-6).
75

Mezzogiorno in idea
ni effettive di questo paese, anche perché (sia lecito dir cosa forse aspra, ma vera),
troppo vi avevano sofferto, troppe delusioni, troppa incomprensione, troppi abban
doni; e, ora che l’avevano legato all’Italia, godevano nel respirare in più largo aere e
ripugnavano a ricacciarsi nella sua molta volgarità e nelle sue travagliose miserie
Croce adombra tre spiegazioni, o «scuse» per la «noncuranza» e
«sprezzo» che gli esuli manifestavano verso il Sud. La principale ri
guarda, ancora, la persecuzione che gli esuli dovettero soffrire per
mano dei Borboni. Ma le altre due spiegazioni contenute in questo
brano sono meno ovvie ma ugualmente importanti. In primo luogo,
Croce richiama l’attenzione sulla mancanza di conoscenza che gli esuli
avevano delle «effettive condizioni» del Sud, a causa della loro lunga
dedizione agli studi così come al loro imprigionamento ed esilio. Que
sta spiegazione in un certo senso coincide con la «scusa» principale,
quella che incolpa i Borboni per avere isolato gli esuli dalla loro pa
tria. Inoltre, il riferimento di Croce all’assorbimento «dapprima ne
gli studi» apre una finestra su un altro aspetto del problema: l’isola
mento (per non dire l’alienazione) dalla società dell’Italia meridiona
le in generale, che le élites liberali devono avere sperimentato molto
prima di essere «gettati negli ergastoli o cacciati in esilio» alla vigilia
del ’48, e che Croce identifica, in un’altra occasione, come il caratte
re distintivo del partito liberale moderato nel Sud fin dalla sua crea
zione: «ora superiore, ma astrattamente superiore, al paese nel quale
gli toccava operare, ora estraneo e ignaro dei problemi reali di que
sto»
Questa, suggerirei, è fondamentalmente la stessa condizione di an
tagonismo ideologico e culturale fra le élites progressiste e altri gruppi
sociali che Vincenzo Cuoco ha analizzato nel suo Saggio storico sulla
rivoluzione napoletana del 1799, dove scrive: «La nazione napoletana
si potea considerare come divisa in due popoli, diversi per due secoli
di tempo e per due gradi di clima […] la coltura di pochi non avea
giovato alla nazione intera; e questa, a vicenda, quasi disprezzava una
coltura che non l’era utile e che non intendeva»15. Di certo l’osser
vazione di Cuoco riguarda specificatamente le cause che stanno dietro
al fallimento della rivoluzione del ’99, e la divisione che egli eviden
zia coglie nel contempo un importante aspetto della società italia
na meridionale nella prima metà del XIX secolo16. La sua enfasi sul
13 Ibid., p. 247.
14 Β. Croce, La tradizione moderata nel Mezzogiorno d’Italia (Giuseppe e Carlo Poerio), in
Id., Una famiglia di patrioti ed altri saggi storici e critici, Bari 1927, p. 40.
15 V. Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, a cura di F. Nicolini, Bari
1913, p. 90.
16 Questa non fu, per essere precisi, una semplice opposizione fra classi popolari ed élites
76

Moe, «Altro che Italia!»
l’ammirazione della «parte colta» per i modelli e le maniere «degli
esteri» e allo stesso tempo il loro sprezzo per le classi popolari sem
bra si attagli particolarmente bene ai nostri esuli napoletani, molti
dei quali vedevano nel Piemonte la proiezione di quello che la nazio
ne italiana doveva essere. Cuoco punta così il dito non soltanto sul
l’incomprensione delle élites dell’Italia meridionale, e sul loro sprez
zo degli altri gruppi sociali, ma mette a fuoco l’altra spiegazione di
Croce sul comportamento degli esuli, ovvero sul problematico rap
porto fra il loro coinvolgimento nel movimento per l’unità naziona
le e il loro ritorno alla realtà regionale dell’Italia meridionale nel 1860.
Come scrive Croce, l’esposizione degli esuli ad un «più largo ae
re» dell’Italia settentrionale e il movimento per l’unificazione duran
te il «decennio di preparazione» fece crescere un senso di «ripugnan
za» nel momento della loro reimmersione nel Sud, nella «molta vol
garità e nelle sue travagliose miserie». Massari ha offerto l’espressio
ne più succinta di questa ammirazione per gli stranieri e la ripugnan
za per i napoletani scrivendo: «Oh! quella Napoli come è funesta al
l’Italia! paese corrotto, vile, sprovvisto di quella virtù ferma che con
trassegna il Piemonte, di quel senso invitto che distingue l’Italia cen
trale e Toscana in ispecie»17. Quello che è rilevante in questa affer
mazione non è solo l’ammirazione di Massari e l’assimilazione con
il Piemonte, ma l’equivoco che essa esprime fra «Italia» connotata
come settentrionale, e specificatamente piemontese, e «Italia» intesa
come integrazione delle sue diverse regioni. Questo equivoco fra Ita
lia intesa come nuova formazione politica e Italia come estensione
e allargamento del Regno di Piemonte-Sardegna, non era chiaramen
te un’invenzione dell’immaginazione di Massari, ma piuttosto un’am
biguità che strutturò la formazione del nuovo stato italiano, ineren
te alle sue strutture politiche e amministrative, alle sue leggi, alle or
ganizzazioni militari e nello stesso nome del suo re, Vittorio Ema
nuele II18. Gli esuli napoletani in Piemonte parteciparono e contri
progressiste, ma fra queste e la maggior parte della società meridionale italiana, inclusi elemen
ti della borghesia. Come scrive Romeo in riferimento ai liberali siciliani negli anni quaranta
(ma l’osservazione può essere estesa al Sud nel suo complesso): «V’era insomma una differenza
di ritmo, di andatura storica, fra la cultura della quale erano portatori gli uomini del ceto intel
lettuale e l’arretrata struttura agrario-feudale della società siciliana, che ad essi opponeva non
già aperta ostilità, ma una sona di passivo torpore che serpeggiava fra gli uomini di affari, i
funzionari, l’opinione pubblica e che finisce per mandare a vuoto ogni tentativo di serie inno
vazioni» (Il Risorgimento in Sicilia, Bari 1970, p. 278). 17 CC, Lib. del Me??-., II, p. 137.
18 Cfr. Mack Smith, Garibaldi e Cavour nel 1860 cit., p. 503 e S.J. Woolf, La storia politi
ca e sociale, in Storia d’Italia cit., Ili, p. 508.
77

Mezzogiorno in idea
buirono a questo equivoco; nel momento in cui essi avevano imma
ginato un’Italia sotto la guida del Piemonte, avevano iniziato un pro
cesso che rapidamente aveva accentuato le differenze del Sud dal Pie
monte e la sua deviazione dalla nuova «Italia». E possibile vedere, al
lora, che lo «spregio per tutto che al Napoletano appartiene» fra i
tanti esuli napoletani, seppure provocato dall’opposizione del regi
me borbonico al movimento unificazionista e dalle sue persecuzioni
di questi stessi uomini, fu al tempo stesso il prodotto della preesi
stente divisione all’interno dell’Italia meridionale fra le élites progres
siste e la società nel suo complesso, e così pure dell’impronta piemon
tese conferita al movimento per l’unità nazionale nel quale gli esuli
napoletani avevano giocato un ruolo centrale durante il «decennio
di preparazione». Questa è senza dubbio una considerazione ancora
parziale del complesso insieme di problemi che riguardano l’imma
ginazione sociale e geografica delle élites liberali meridionali nei de
cenni che condussero all’unificazione; tuttavia essa fa un po’ di luce
sulla rappresentazione negativa del Sud in queste lettere, su una delle
figure ricorrenti del repertorio immaginativo sia dei settentrionali che
dei meridionali: il Sud come «piaga» della nazione.
6. La piaga, il dottore, la nazione.
Sia il conte piemontese Guido Borromeo che il napoletano Tom
maso Sorrentino articolano lungo l’asse geografico Nord-Sud la real
tà sociale, politica e morale della nazione italiana da poco formata.
Borromeo, come si è visto, conclude la sua rappresentazione geogra
fica con un appello alle riforme, per qualcuno che «funga da guida
e da pedagogo» per queste provincie moralmente depravate. Sorren
tino, alla fine del menzionato memorandum, prega Cavour di segui
re il suo consiglio patriottico e conclude con questo appello: «Ella
non vede la generale malsania di questo corpo sociale? La curi dun
que pria che si aggravi»1. Il Sud è un «corpo sociale malsano» biso
gnoso delle cure piemontesi.
In queste lettere le immagini di malattia e del trattamento medi
co: costituiscono uno dei modi più comuni di rappresentare il Sud
e la sua relazione con il Nord. Il Sud è frequentemente raffigurato come
1 CC, Lib. del Mezz., IV, p. 288.
2 L’allegoria medica del Sud non è comunque limitata a questo periodo e a questa corri
spondenza. Per citare alcuni esempi del decennio successivo all’unificazione, nel 1863 Alexan
78

Moe, «Altro che Italia!»
una «piaga» o una «cancrena» che necessita del trattamento del Nord.
Come per altre rappresentazioni considerate finora, queste sono oscil
lanti: tendono, cioè, a passare dal dominio politico, al sociale e al mo
rale. La lettera del 21 novembre 1860 di un ex esule siciliano a Tori
no, segretario della Società Nazionale, Giuseppe La Farina3, scritta
a Cavour da Napoli, fornisce un evidente esempio dell’uso delle alle
gorie mediche e dimostra il modo con il quale l’immaginazione e la
denuncia di una particolare realtà politica e amministrativa si espan
da poi fino ad abbracciare più in generale tutta una serie di caratteri
stiche «morali».
Qui si continua a rubbare negli officii pubblici come sotto i Borboni e come
sotto la Dittatura; e ci vorrà ferro e fuoco per estirpare questa cancrena. Altra
piaga letale è la cupidità degl’impieghi: le anticamere de’ ministeri e le scale sono
così affollate che senza l’intervento de’ nostri Carabinieri riesce impossibile a
un galantuomo di attraversarle. E una specie di accattonaggio, non meno mole
sto, impudente e schifoso di quello delle vie pubbliche, nelle quali si vedono le
più orribili e laide infermità umane portate in mostra come reclame di elemosina!
Ma ciò che a me sopratutto spaventa è il distacco della vita morale e politica
che esiste tra queste provincie con quelle della media e dell’alta Italia. Fuori del
suo nome, non v’è nome piemontese che qui sia conosciuto: del Piemonte nessu
no ne parla, nessuno ne chiede; la sua storia è ignorata, delle sue condizioni politi
che, delle sue leggi non se ne ha notizia alcuna: insomma l’annessione morale non
esiste. Io credo che il Governo del re dovrebbe fare ogni sforzo ed ogni sacrificio
per accrescere le comunicazioni tra queste e le antiche provincie […]. I Borboni
cinsero Napoli di una muraglia della China, ed i Napoletani si sono così abituati
a considerare la loro città come un mondo a sé, che per farli entrare nella vita
comune della nazione bisogna non solamente invitarli, ma costringerli \
L’osservazione di La Farina inizia con un particolare episodio di
furto in un ufficio pubblico, raffigurato come «cancrena», per poi la
sciare il posto ad un’«altra piaga letale», la cupidità per gli impieghi,
la cui manifestazione comprende un altro spostamento di prospetti
va: dalla nozione generale di furto e di cupidità ad una descrizione
soggettiva ed aneddotica delle difficoltà che un «galantuomo» può tro
vare nell’attraversare una scala d’ingresso. La descrizione di questo
dre Dumas scrive (in riferimento a Napoli) della «necessità del chirurgo» per «una società gran
demente inferma» (cit. in E. Ragionieri, Italia giudicata 1861-1945 ovvero la storia degli italiani
scritta dagli altri, Bari 1969, pp. 11-2); poco dopo la conquista di Roma, Rattazzi parla di Na
poli come de «la piaga sanguinante che abbiamo aperta al nostro fianco» (cit. in Capone, Storia
del Mezzogiorno cit., XII, p. 121); e alcuni anni dopo Franchetti descrive la visione del mondo
della Sicilia come una «malattia da curare» (cfr. L. Franchetti, Condizioni politiche e ammini
strative della Sicilia, in L. Franchetti e S. Sonnino, Inchiesta in Sicilia, Firenze 1974,1, p. 221).
5 Per una discussione delle attività di La Farina come segretario della Società Nazionale,
cfr. R. Grew, A Stemer Plan for Italian Unity. The Italian National Society in the Risorgimento,
Princeton 1963.
4 CC, Lib. del Mezz., Ill, p. 356.
79

Mezzogiorno in idea
fenomeno, una «specie di accattonaggio», si sposta sulle «vie pubbli
che» facendo così un raffronto fra la sfera dell’amministrazione e la
società in senso lato. Quello che lega queste due sfere è la stessa im
magine di infermità e la sensazione di disgusto che traspare in en
trambe le descrizioni.
Naturalmente quello che si perde in questa serie di cambiamenti
di prospettiva e di associazioni figurative è la validità analitica che
aveva l’originale descrizione del furto negli uffici pubblici; e, come
si vedrà, la descrizione sfocia alla fine nel segno della più assoluta astra
zione morale. E interessante notare il passaggio da un’osservazione
oggettiva ad un coinvolgimento soggettivo. Il problema della cupidi
tà di impieghi sembra essere ridotto, alla fine, al problema di un ga
lantuomo nell’attraversare le scale di ingresso. Quello che segue la
scia poi pochi dubbi che il galantuomo non fosse il La Farina stesso:
la sua descrizione rivolge alle vie la forza degli aggettivi molesto, im
pudente, schifoso, orribili, laide e il punto esclamativo finale rende evi
dente la partecipazione dell’autore medesimo a questa scena.
L’inizio del successivo paragrafo conferma questo senso soggetti
vo di paura e tremore di fronte agli orrori di Napoli («Ma ciò che
a me sopratutto spaventa…») ma allo stesso tempo riporta il proble
ma nel registro generale di un’oggettiva dicotomia morale. Il confronto
fra questo singolo individuo «piemontesizzato» e la realtà socio-politica
di Napoli diviene così «il distacco della vita morale e politica che esi
ste fra queste provincie con quelle della media e dell’alta Italia». Nes
suno a Napoli sembra avere un’idea dei piemontesi che dovranno go
vernare non solo queste provincie, ma l’intera nazione. La loro con
quista militare e politica del Sud non ha realizzato la desiderata «an
nessione morale» e così è necessario, per «farli entrare nella vita co
mune della nazione», uno sforzo concertato fatto di invito e costri
zione.
Vedere il Sud come una piaga solleva anche dal problema di quale
tipo di trattamento gli debba essere somministrato per sanarlo. La
Farina indica chiaramente la necessità di un intervento più violento
sia nelle righe di apertura prima citate («ci vorranno ferro e fuoco
per estirpare la cancrena») che quelle finali, quando indica come ne
cessario l’uso della forza. Questo contrasta sia con il trattamento deci
samente più dolce consigliato da Pasquale Stanislao Mancini, campano,
che il 22 novembre 1860 scrive a Cavour «questa mia patria dilaniata
da crudelissime ferite che domandano amorosa medela»5, ossia con
5 IbitL, p. 362 [il corsivo è mio].
80

Moe, «Altro che Italia!»
l’affermazione di Farini sulla situazione di Napoli, così grave che sa
rebbe impossibile «in un giorno tagliar netto e profondo nella piaga»:
È spaventoso, lasciatemelo dire e ripetere
— scrive a Cavour il 14 novembre
1860 — lo stato di questo disgraziato paese […]. Certo non bisogna secondare
tutte le malvagie inclinazioni e le abiette costumanze, ma non si può in un gior
no tagliar corto e profondo sulla piaga. Questa moltitudine brulica come i vermi
nel corpo marcio dello Stato: che Italia, che libertà! Ozio e maccheroni, nessuno
invidierà a Torino o Roma il decoro ed il lustro della Capitale d’Italia, purché
uesta seguiti ad essere la capitale dell’ozio e della prostituzione di tutti i sessi,
i tutte le classi6.
Analogamente, è importante il dottore che dovrà trattare la piaga:
evidentemente i piemontesi, che più o meno esplicitamente si assegna
no questa funzione. La rappresentazione che i piemontesi fanno del
Sud come di una piaga e di se stessi come dottore, forniscono allora
un altro modo per proiettare una superiorità morale e «operativa»
(politica, amministrativa, militare) sul Sud che giace conseguentemente
supino e passivo come un paziente.
Il dualismo e il distacco che implica questa relazione dottore-pazien
te sono relativamente incerti e, comunque, minacciati dalla presenza
di un’altra rappresentazione contraddittoria, che appartiene allo stesso
registro medico: quello del corpo della nazione, inteso come «una e
indivisibile»7. Il corpo politico trattato è, in altre parole, quello del
lo stesso dottore settentrionale, e la costernazione, se non isteria, che
molti dei corrispondenti esprimono nei riguardi dell’infermo Sud,
senza dubbio deriva proprio dalla coscienza di questo fatto. La con
sapevolezza che l’unità appena acquisita dall’Italia dipenda dall’inte
grità del Sud («se l’Italia si salva o si perde, si salva o si perde con
Napoli e in Napoli») implica la paura che i mali del Sud possano di
lagare al Nord8. E appunto questa presa di coscienza che ispira l’ap
pello di Farini alla «grande autorità morale» del Parlamento:
Se il Parlamento Nazionale non instaura colla sua grande autorità morale, un
poco di autorità effettiva qua, credete a me, l’annessione di Napoli diventa la can
crena del rimanente Stato. Vedo che il giudizio che si porta di questa parte d’Ita
lia dalla rimanente non è conforme al vero […]. Badiamo che questo periodo del
la annessione napolitana non segni il cominciamento della disgregazione morale
dell’Italia9.
6 Ibid., p. 328-9.
7 «L’Italia una e indivisibile» era la frase che apparve nel testo del plebiscito del 21 otto
bre 1860.
8 CC, Lib. del Mezz., V, p. 404. O, anche: «tutta la questione Italiana è ora a Napoli. Riu
scire costì è fare l’Italia» (Ibid., IV, p. 72).
9 Ibid., m, p. 328 [il corsivo è mio].
81

Mezzogiorno in idea
7. Il primo giorno del Sud in Parlamento.
La rappresentazione del Sud come piaga o cancrena della nazione
(in concomitanza con la figura del dottore-chirurgo) è presente an
che nel primo dibattito parlamentare sul Sud avvenuto a Torino dal
2 al 6 aprile 1861 Come prima discussione pubblica nazionale sulla
situazione dell’Italia meridionale e, specificamente, sui recenti eventi
connessi alla «liberazione» e annessione del Sud, l’avvenimento se
gna un momento importante dell’incontro piemontese con l’Italia
meridionale. Esiste una significativa coincidenza fra i corrispondenti
dei Carteggi di Cavour e i partecipanti alla discussione parlamentare
(Massari, Cavour, La Farina, Pantaleoni, Crispi, Cassinis, Scialoja,
Torrearsa e altri). In entrambi i casi è infatti ugualmente importante
10 sforzo di descrivere il Sud e di rappresentarlo alla classe dirigente
piemontese. Un breve sguardo a questa discussione ci permetterà di
vedere come entrambe le allegorie del disabile e del malato usate nel
le lettere siano disposte in maniera analoga e richiamino l’attenzione
sull’oggetto principale della discussione, di cui ci occuperemo nella
parte finale del saggio: la relazione esistente fra il modo di rappresen
tare il Sud e di governarlo.
Nella sua dichiarazione di apertura Giuseppe Massari, il deputato
responsabile dell’avvio della discussione, presenta il problema in ter
mini già noti:
Quando una piaga fa sangue e sta per volgere in cancrena, è d’uopo avvivarla
coll’aria pungente della pubblicità, è d’uopo curarla, se la si vuol guarire, col fer
ro rovente della libera discussione2.
Nella sua risposta all’intervento di Massari, datata 15 dicembre 1860,
11 Ministro degli Interni Marco Minghetti così rielabora la metafora:
L’onorevole Massari ha fatto in certo modo da chirurgo, mostrando le piaghe
principali del paese [il Mezzogiorno]; […] io mi studierò di far da medico (Ilarità)
indicando i rimedil·’.
Allo stesso tempo, secondo un membro del Parlamento, il gover
1 Per un approfondimento, cfr. Passerin d’Entréves, L’ultima battaglia politica di Cavour
cit., pp. 287-310.
2 Atti del Parlamento Italiano. Discussioni della Camera dei Deputati (Sessione del 1861, 1°
periodo), Torino 1861, p. 361.
3 Ibid., p. 371. La metafora medica del Sud fatta da Massari deve essere sembrata a Min
ghetti particolarmente appropriata. Quattro mesi prima egli aveva comunicato a Farini la sua
convinzione che «un po’ di metodo soldatesco sia medicina salutare a codesto popolo» (CC,
Lib. del Mezz., IV, p. 76): un commento che conferma nella sostanza l’analisi sulla correlazio
ne fra tale rappresentazione e l’uso della forza militare nel Sud.
82

Moe, «Altro che Italia!»
no è stato negligente nel compiere i suoi doveri medici nei confronti
del Sud:
Secondo me, il Governo del Re è stato come un chirurgo il quale si trova in
nanzi ad un’operazione tremenda da fare, e non ha il coraggio di porvi mano; ve
de tutti i danni che possono venire al malato, ma pure si sente forza che basti \
Mentre un altro ancora, Emerico Amari — benché con finalità di
verse da quelle dei suoi colleghi — prende la parola avanzando la stessa
rappresentazione del Sud come la piaga della nazione e fonte di cor
ruzione5.
Quando si parla di corruzione […] noi dobbiamo dire la verità; che noi, cioè
non siamo tutti corrotti per essere stati soggetti al Governo più corrotto. Io di
rò, una volta per sempre, che non bisogna rappresentare questi due popoli [na
poletano e siciliano] come non altro che una cancrena; no; noi siamo Italiani ed
abbiamo conservato le virtù italiane; abbiamo fatto la rivoluzione, e questo ba
sta per dimostrare la nostra moralità6.
Qui abbiamo una conferma della non «innocenza» di tale rappre
sentazione da una voce finalmente contraria e critica. Di contro alla
dominante visione del Sud come corrotto e politicamente incapace,
questo parlamentare di Palermo rivendica il ruolo attivo dei meri
dionali nella lotta per l’unificazione («abbiamo fatto la rivoluzio
ne»)7, insieme all’integrità morale che, egli dichiara, non può esse
re ridotta alla corruzione dei Borboni. Egli dimostra che quello che
è in discussione nel dibattito (ed al di fuori di questo) è la rappresen
tazione del Sud e la maniera in cui esso verrà immaginato. Quello
4 Atti, cit., p. 413.
5 Amari, uno dei membri più eminenti e autorevoli del movimento autonomista sicilia
no, ispirò con la sua preoccupazione per il centralismo piemontese, una delle più note affer
mazioni di Cavour (e in retrospettiva, poco fortunata) sull’autogoverno regionale: «Il Prof.
Emerico Amari, dottissimo giureconsulto com’egli è, riconoscerà, io lo spero, che noi siamo
non meno di lui amanti della discentralizzazione, che le nostre teorie sullo Stato non compor
tano la tirannia d’una Capitale sulle province, né la creazione d’una casta burocratica che sog
gioghi tutte le membra e le frazioni nel Regno all’impero d’un centro artificiale contro cui
lotterebbero sempre le tradizioni e le abitudini dell’Italia, non meno che la sua conformazione
geografica. Io ebbi più volte ad esprimere le mie idee su questo argomento al Conte Michele
Amari, fratello del Professore Emerico, ed io non ho il menomo dubbio che, quando siano
sedati i commuovimenti che alcuni mestatori s’ingegnano di suscitare rinfocolando le ire per
sonali, sarà facilissimo di mettersi d’accordo sopra uno schema d’organizzazione, che lasci al
potere centrale la forza necessaria per dar termine alla grande opera del riscatto nazionale, e
conceda un vero auto-governo alle regioni ed alle province» (CC, Lib. del Mezz., IV, p. 220).
6 Atti, cit., p. 416.
7 Anche, nel suo discorso di apertura su «lo stato delle province napoletane», Massari ini
zia rifiutando l’opinione diffusa — che egli enumera tra gli errori più comuni sul Sud — «che
la rivoluzione sia stata, nelle province meridionali d’Italia, quello che, con una metafora eco
nomica, si direbbe frutto d’importazione […] che il sentimento nazionale presso le popolazio
ni dell’Italia meridionale sia fiacco, sia debole» (Atti cit., p. 361).
83

Mezzogiorno in idea
che sembra implicito nella sua denuncia è che il modo con cui verrà
immaginato
il Sud avrà un effetto decisivo sul modo con il quale es
so sara governato.
Coloro che contrastano la rappresentazione del Sud come corru
zione e cancrena della nazione sono comunque una minoranza. Tra
la mozione di Giuseppe Farini «di conoscere lo stato delle provincie
meridionali, facendo un’inchiesta solenne, imparziale, destinata ad
istruire non meno il governo che il parlamento nazionale»8, e la
mozione che autorizzava e incoraggiava il governo a mantenere l’or
dine in quelle provincie, fu la seconda ad essere approvata a grande
maggioranza’. Nonostante la protesta di Amari e la mozione di Fa
rini, la descrizione del Sud come corruzione e
pia^a
mantenne chia
ramente il suo valore10 e il governo ricevette cosi la sua prima au
torizzazione parlamentare ad agire in riferimento a questa rappre
sentazione, per estirpare la cancrena con il «ferro e il fuoco»: a go
vernare nell’Italia meridionale, cioè, con la forza militare”.
8. Il supremo argomento della forza.
Ritornando ai Carteggi di Cavour, un simile nesso fra la descrizio
ne del Sud corrotto e infermo e la prescrizione dell’impiego della forza
militare
per
«curarlo» e controllarlo emerge chiaramente in una let
tera spedita a Cavour alcune settimane dopo questo dibattito parla
» Ibid., o. 399.
9 Candeloro nota come «la prima discussione del Parlamento nazionale sulla questione del
Mezzogiorno non portò dunque ad un mutamento della politica del governo, il quale proce
dette sulla via dell’unificazione amministrativa, senza un’idea precisa delle effettive esigenze
del Mezzogiorno» (Storia dell’Italia moderna cit., V, p. 143). Sarebbe occorso almeno un altro
secolo prima che il Parlamento cominciasse a considerare seriamente le condizioni dell’Italia
meridionale come una «questione sociale».
>° La «piaga» dell’Italia meridionale figura ampiamente nella discussione di apertura del
secondo semestre del Parlamento del 20 novembre 1861. Dopo una lunga estate portata a com
battere il brigantinaggio, la dichiarazione del primo Ministro Bettino Ricasoli fa pensare ad
una ridotta fede nelle capacità mediche del governo: «Le piaghe delle province napoletane non
vi è medico che le possa guarire con degli specifici particolari. Ci vuole il riparo del tempo
che venga in aiuto dell’azione governativa e dell’efficacia delle leggi»: Atti del Parlamento Ita
liano. Discussioni della Camera dei Deputati (Sessione del 1861, 2″periodo), Torino 1862, p. 6.
11 In risposta a questa politica di militarizzazione del
governo
nei confronti del Sua e in
particolar modo contro il suggerimento di Minghetti di inviare ulteriori truppe per mantenere
l’ordine, due voci di protesta si levarono in questo dibattito con particolare forza. Quella di
Ferrari: «Una sola parola mi scosse e mi punse come fosse uno strale, e benché in qualche
modo associati al Ministero finché combattè il pontefice e l’imperatore, quando l’intesi assicu
rare, promettere che manderebbe buoni gendarmi nel mezzodì, che d’altronde un’imponente
forza militare già accampa a Foggia, a Sora, ecc., allora mi sentii quasi personalmente minac
ciato. E che, signori, promettete baionette da Torino all’antico regno? A qual fine? Per fare
84

Moe, «Altro che Italia!»
mentare, dal Principe Eugenio di Carignano, che a quel tempo pre
stava servizio in collaborazione con Nigra come luogotenente gene
rale delle province napoletane:
questo paese per il degrado e l’abbruttimento in cui l’ha sempre tenuto il gover
no borbonico è incapace di amministrarsi da solo, bisogna distruggerne tutta l’am
ministrazione e assimilarlo al più presto alle altre Province […]· Poiché questo
paese non conosce la parola nazionalità, l’annessione qui si è fatta sotto la pres
sione rivoluzionaria con la paura dei fucili dei Garibaldini e dei banditi; l’igno
ranza di questa popolazione non permette che l’assimilazione completa sia senti
ta come in un’altra parte d’Italia, ma ciò che serve qui sono truppe sparse ovun
que e in grande quantità, inviare Governatori e Intendenti delle altre province
del Regno ma persone senza mandati e io credo di poter assicurare che a quel
punto le cose andranno cento volte meglio che al momento […]’.
Nel suo complesso questo passaggio fa il quadro della negatività
dei napoletani, della loro depravazione morale, della loro brutalità,
della loro ignoranza politica, dell’incapacità di autogoverno e della
necessità di governarli con la forza. Esso istituisce un tipo di pro
gressione logica fra il passato di queste province (il loro grado di cor
ruzione sotto i Borboni) ed il loro prossimo futuro («il bisogno di
truppe sparse ovunque ed in grande quantità»). Letta insieme al di
battito parlamentare a cui si è appena accennato, questa lettera offre
una chiara indicazione della prevalenza della visione del Sud corrot
to e infermo e bisognoso di autorità militare. E a questo punto mi
pare sia possibile articolare più accuratamente il rapporto fra queste
due istanze — della rappresentazione e del
governo
— nel contesto
degli eventi storici del 1860-61.
Come ho suggerito all’inizio di questo saggio, il discorso epistola
re di questa corrispondenza politica è di forte effetto ed in esso il modo
imperativo di dare comandi, istruzioni, dichiarazioni s’intreccia for
temente con il mondo delle impressioni, delle osservazioni e delle
rappresentazioni; mentre in questa sede la mia analisi è stata princi
palmente impegnata in affermazioni di natura descrittivo
rappresentativa, si deve tenere a mente che il contesto globale di que
ste descrizioni e rappresentazioni è quello del governo e dell’ammi
nistrazione dell’Italia meridionale. Ciascuna di queste affermazioni,
la polizia? Ma non vi accorgete dell’enorme vostro controsenso?» (Atti, 1″ periodo cit., p. 396);
e quella di Mellana: «[…] io dico francamente, ho sentito con vivo dolore invocarsi da taluni
il supremo argomento della forza: e con maggiore dolore ho sentito il ministro dell’interno
quasi con compiacenza far pompa di questo doloroso espediente, ed anche inteso più nel senso
assolutista che in quello d’un libero governo» (Atti, 1° periodo cit., p. 437).
1 CC, Lib. del Mezz., IV, p. 459.
85

Mezzogiorno in idea
in altre parole, possiede una forza imperativa ed esecutiva che influenza
da vicino il contesto politico-sociale in cui si manifesta.
Un altro importante aspetto di questo discorso sul modo di go
vernare l’Italia meridionale è la sua parte importante nell’immagina
rio e nell’orizzonte concettuale in cui i piemontesi «apprendevano»
il meridione d’Italia e di conseguenza agivano su esso.
Ad un certo livello la configurazione dell’Italia meridionale in que
sto discorso articola anche i tipi di azione che possono essere intra
prese in quel contesto. Il discorso piemontese sul Sud era un’impor
tante premessa al suo governo. La suddetta dichiarazione del Princi
pe Eugenio, in cui si indica una progressione «naturale», logica,
dalla
valutazione della corruzione dei meridionali e dell’incapacita all’auto
governo, alla richiesta di «truppe inviate ovunque e in grandi quanti
tà», deve dunque essere letta come parte integrante del processo di
militarizzazione dell’Italia meridionale in questo periodo.
Nel contempo, questo efficace discorso epistolare era esso stesso
soggetto agli effetti delle condizioni storiche cui era intrecciato. Il
clima di violenza che regnava nel Sud in questo periodo e l’uso pro
gressivamente sistematico della forza militare costituirono essi stessi
le matrici dalle quali presero spunto le affermazioni da noi esamina
te. Si è visto come i piemontesi avessero intrapreso la «liberazione»
dell’Italia del Sud con un ben nutrito repertorio di preconcetti e pre
giudizi. Ma la configurazione estrema, particolarmente antagonisti
ca di questo repertorio, era il risultato della specifica forma che ave
va assunto l’incontro fra Nord e Sud.
La natura di questo incontro era stata, fin dall’inizio, violenta. Dal
momento dello sbarco della «spedizione dei Mille» di Garibaldi in
Sicilia nel maggio 1860, il Sud divenne un campo di battaglia, un ter
ritorio destinato ad essere sconfitto dalla forza nemica. Da quel mo
mento, il governo, la gestione e la rappresentazione del Sud si svolse
ro nell’orizzonte del conflitto militare. Quando, all’inizio dell’otto
bre 1860, Luigi Carlo Farini fece ingresso nelle province napoletane
insieme a re Vittorio Emanuele per istituirvi un’amministrazione pie
montese, egli arrivò con un esercito di conquista impegnato in un’o
perazione di pulizia militare. Il suo primo incontro con (e rappre
sentazione di) quest’«altra Italia» è quindi marcato dalla violenza, co
me suggerisce la versione estesa della citazione precedentemente con
siderata.
Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che bar
barie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini a riscontro di questi caffoni,
sono fior di virtù civile. E quali e quanti misfatti! Il Re dà carta bianca: E la canaglia
86

Moe, «Altro che Italia!»
dà il sacco alle case de’ Signori e taglia le teste, le orecchie a galantuomini, e se
ne vanta e scrive a Gaeta: i galantuomini son tanti e tanti: a me il premio. Anche
le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome dan
no ai liberali) pe’ testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe: or
rori da non credersi se non fossero “accaduti qui dintorno e in mezzo a noi. Ma
da qualche dì non è accaduto altro: ho fatto arrestare molta gente; alcuni ho fatti
fucilare alle spalle (ne domando scusa a Cassinis); Fanti ha pubblicato un bando
severo. Giunto che io sia a Napoli, vi manderò un rapporto con documenti so
pra questa gesta della Corte di Gaeta, la quale ha mantenute incontaminate le
tradizioni della Regina Carolina e del Card[inal]e Ruffo2.
Senza dubbio questo è un documento di guerra e, visto in questa
prospettiva, non c’è forse niente di particolarmente straordinario nella
«barbarizzazione» del nemico che emerge chiaramente in questa de
scrizione. Ma il problema che questo passaggio mette in luce, in rife
rimento alla formazione di una coscienza nazionale, non è solo quel
lo di trasformare i barbari in cittadini italiani, ma quello di come por
tare avanti una cessazione delle ostilità, sia sul campo della battaglia
che dell’immaginazione. Invece che decrescere sulle orme della scon
fitta borbonica, la militarizzazione del Sud crebbe, com’è noto, ne
gli anni immediatamente successivi l’unificazione, assumendo la di
mensione di una guerra civile. E questa continuazione delle ostilità
nell’Italia meridionale pesò fortemente sia sul rapporto politico che
su quell’immaginario fra Nord e Sud negli anni a venire.
Di fronte al disordine socio-politico e al caos insorgente dal collas
so del Regno borbonico e dalla guerra rivoluzionaria al Sud, il go
verno piemontese adottò quella che Molfese descrive come «una via
meramente repressiva nella soluzione dei problemi meridionali, con
esclusione quasi totale di provvedimenti sociali riparatori». Le misu
re repressive adottate erano, inoltre, di «una durezza eccezionale, esa
gerata ed indiscriminata» ‘.
Nella corrispondenza del 1860-61, e più in particolare nell’autun
no del 1860, è infatti possibile notare il crescendo de «gli appelli e
gli incitamenti all’uso della forza»1 e osservare la transizione da una
guerra condotta contro una minaccia esterna (i Borboni) ad una con
dotta contro le complesse e multiple forme della resistenza politica
interna. Nella mente di Cavour e di altri, la campagna militare dove
va essere condotta su due fronti: contro la minaccia esterna dei Bor
boni e contro una minaccia interna dalle molte facce, che andavano
2 Ibid., p. 208.
3 Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità cit., p. 39 e p. 64.
4 Villari, Mezzogiorno e contadini nell’età moderna cit., p. 269.
87

Mezzogiorno in idea
dall’opposizione «democratica» garibaldina alla rivolta istigata dai Bor
boni, al «brigantaggio»5. Poco dopo aver sconfitto le truppe borbo
niche nelle regioni a sud di Napoli, il generale Villamarina incita Fa
rmi a dichiarare lo stato d’assedio:
Egli è necessario che in tutti i paesi dove si sono manifestati o si manifesteran
no atti di ribellione, sia proclamato lo stato d’assedio per rendere celeri e spediti
i giudizi e dare un’adeguata idea della forza del Governo del Re6.
Due mesi dopo, quando i piemontesi dichiararono lo stato d’asse
dio all’ultima roccaforte borbonica a Gaeta nei primi giorni di di
cembre, il segretario di Cavour Isacco Artom scrive a Massari da To
rino:
Certo si è che, quando Gaeta fosse caduta, basterebbe ripartite nei maggiori
centri di popolazione i venti o trentamila soldati che sono affaccendati nell’asse
dio per ristabilire la tranquillità materiale in tutto lo Stato napoletano7.
Il 27 dicembre 1860, Antonio Scialoja scrive a Cavour de «l’im
possibilità di fondare un Governo [nel Mezzogiorno] altrimenti che
sulla forza, almeno per lungo tempo»8. E il comandante dell’eserci
to nell’Italia meridionale, generale Della Rocca, riflettendo sulla pro
pria decisione di ordinare esecuzioni sommarie per il gennaio del se
guente anno, scrive di «certe regioni dove non era possibile governa
re, se non incutendo terrore»’.
A metà del luglio 1861, a causa della violenza del brigantaggio e
della sua feroce repressione nella parte continentale dell’Italia meri
dionale, il Sud era praticamente sotto governo militare10. Poche set
timane dopo, Diomede Pantaleoni, inviato in missione governativa
nel meridione per fare luce su certi fatti, scrisse al Ministro degli In
terni Minghetti che l’unica risposta ai problemi per il momento era
«truppa, truppa, truppa»:
Questo è un paese che non si tiene che con la forza o con il terrore della forza.
5 Per una discussione chiarificatrice delle interrelazioni fra rappresentazione e repres
sione del «brigantaggio» cfr. J. Dickie, Una parola in guerra: l’esercito italiano e il «brigan
taggio» (1860-1870), in «Passato e presente» 1991, 26, pp. 53-74.
6 CC, Lib. del Mezz., Ill, p. 152.
7 Ibid., IV, p. 24.
8 Ibid., p. 143.
9 Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità cit., p. 66.
10 II generale Cialdini assunse pieni poteri civili e militari nelle province del Sud Italia
il 14 luglio 1861. Il colonnello Mazé de la Roche, comandante della regione intorno a Cam
pobasso nell’estate del 1861, dà questo quadro dell’estensione del governo militare in una
provincia dell’Italia meridionale: «Io sono, nel distretto, sindaco, giudice, comandante dei
carabinieri […] ed esercito un’autorità quasi sovrana su una quindicina di comunità […]»
(cfr. C. Buffa di Perrero, Biografia del Conte Gustavo Mazé de la Roche, Torino 1888, p. 80).

Moe, «Altro che Italia!»
Non è mai stato tenuto altrimenti, e se tu vuoi che si dichiari per noi, bisogna
far loro vedere che noi siamo di gran lunga i più forti
Circa nello stesso periodo, infine, Massimo d’Azeglio riassunse così
la situazione del Sud: «[…] io non so nulla di suffragio, so che al di
qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono ne
cessari»12. Al Nord del Tronto vi era libertà politica e democrazia;
al Sud repressione militare. Un anno dopo la liberazione dell’Italia
del Sud, il Sud era in stato d’assedio, e le parole di Cavour sul letto
di morte in quell’estate risuonano con tutto il loro disperato furore:
Niente stato d’assedio, niente ricorso a mezzi estremi da parte dei governi.
Tutti sanno governare con lo stato d’assedio. Io li governerò [i napoletani] con
la libertà e dimostrerò ciò che possono fare in queste belle contrade dieci anni
di libertà. Fra vent’anni, saranno le province più ricche d’Italia. No, niente stato
d’assedio, mi raccomando13.
Vista attraverso le fiamme che stavano devastando l’Italia meridio
nale nell’estate del 1861, e attraverso le differenti forme di rappre
sentazione considerate in questo saggio, la predominanza dell’altro
approccio di Cavour al meridione risulta subito evidente: «Lo scopo
è chiaro: non è suscettibile di discussione. Imporre l’unità alla parte
più corrotta, più debole dell’Italia. Sui mezzi non vi è dubbiezza: la
forza morale e se questa non basta, la fisica»14.
11 F. Della Peruta (a cura di), Contributo alla storia della questione meridionale. Cinque let
tere inedite di Diomede Pantaleoni (1961), in Società», 1950, 1, pp. 69-94.
12 M. d’Azeglio, Scritti e discorsi politici, Firenze 1939, III, pp. 399-400. Il fiume Tronto
demarcava approssimativamente il confine fra Γ ex-Regno di Napoli e lo Stato pontificio e co
munemente serviva da territorio di confine fra Italia settentrionale e meridionale.
13 Come viene riportato dalla nipote di Cavour, Giuseppina Alfieri, in W. de La Rive, Le
Comte de Cavour. Récits et souvenirs, Parigi 1862, p. 439.

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