Testi tratti dal libro Fontamara di Ignazio Silone

Racconto
La morte in carcere

by Autori del sito web e liberamente modificati e adattati

Capitolo 3

– Mamma! Mamma….Mamma! Gridarono in coro, Maria Nicola e le altre due sorelle. Era praticamente da due ore che la stavano cercando. Di lei non c’era nessuna traccia. In casa, nella stalla dai vicini. Niente sembrava sparita. Allora decisero di provare a cercarla verso l’altra parte della Costa di Santo Nicola. Camminarono per una mezz’ora, e ad un tratto intravidero qualcosa steso a terra sotto una quercia. Aveva le sembianze di una donna. Affrettarono il passo, e in seguito si misero a correre, con il fiato in gola e i pensieri peggiori in testa. Appena arrivarono vicini riconobbero la madre, che se ne stava serenamente sdraiata nell’erba in uno stato di sonno profondo. La scuoterono dolcemente, chiamandola ripetutamente acon voce sommessa: – Mamma, mamma svegliati! E dopo un paio di tentativi andati a vuoto, finalmente Teresa apri leggermente gli occhi.

– Che vulit’…che fat, qua… disse con tono di rimprovero.

– Ma mamma risposero è quasi ora di mangiare, ed è tutta la mattina che ti stiamo cercando. Eravamo tutte preoccupate e così anche i vicini, che praticamente non ti hanno visto per tutta la mattina. Ma cosa è successo chiese Giuseppina, incuriosita di questo inusuale comportamento.

– Ieri sera – iniziò a raccontare Teresa – eravate andate tutte a dormire, e stavo finendo di spegnere il fuoco, e finire le ultime cose, come faccio praticamente ogni sera e tutto era tranquillo.

– Finché m’è accaduto un fatto imprevisto. Era già ‘na sera particolare… la nostalgia si era fatta in me più pungente, con mia grande sorpresa ho trovato sull’uscio, seduti contro la porta e quasi addormentati tre cafoni, due uomini e una donna, che senza esitazione ho subito riconosciuto per Teoresi. Al mio arrivo essi si sono alzati e m’han seguito in casa. Alla luce della lampada ho riconosciuto le facce. L’uomo era un vecchio alto, magro, con la faccia terrea e unta di peli grigi; accanto a lui, sua moglie e suo figlio. Sono dunque entrati. Si sono seduti. Han cominciato a raccontare. (Allora ho riconosciuto anche la voce.) Prima ha parlato il vecchio. Poi la moglie. Poi di nuovo il vecchio. Poi di nuovo la moglie. Mentre parlava la moglie, temo di essermi addormentata, senza però, fenomeno veramente singolare, ch’io perdessi il filo del suo discorso, quasi che quella voce sorgesse dal più profondo di me. Quando è spuntata l’alba e mi sono svegliata, ha ripreso a parlare il vecchio, che adesso con una luce maggiore notavo che aveva il volto pieno di lividi e parlava con sempre maggiore fatica.

– Terè – mi disse, ti racconto cosa è successo in questi giorni, e poi noi spariremo, ma almeno tu sei informata con chi abbiamo a che fare… e siccome si sola con tre figlie…scappatenn’ da qua, finchè si a tiemp…!! E dopo aver bevuto ancora un sorso d’acqua con voce debole disse:

– Settimana scorsa hanno catturato Lo Sconosciuto. Vari giornalisti e alti funzionari dello stato accorsero nella sede di polizia dove noi eravamo prigionieri, alla prima voce che lo Sconosciuto, il Solito Sconosciuto fosse stato catturato. Ed esso era un contadino. La polizia aveva cercato lo Sconosciuto in città, ma vi è un solo cittadino sconosciuto? Ogni cittadino è tesserato, catalogato, timbrato, conosciuto. Ma il contadino il cafone? Chi conosce il cafone? C’è mai stato un Governo che abbia conosciuto il cafone? E chi potrà mai tesserare, catalogare, timbrare, sorvegliare, conoscere tutti i cafoni? Nulla di strano insomma che lo Sconosciuto, il Solito Sconosciuto, fosse un cafone. Era Berardo!

– Oh Madonna santissima!!!, eslamai a quelle parole del vecchio. – Ma come è possibile? C’è sicuramente un errore….

– Il vecchio però, continuò il suo racconto, senza prestare molta attenzione alle mie reazioni –

– Berardo ogni tanto veniva tratto fuori dalla cella per essere mostrato a qualche nuovo funzionario che voleva interrogare o semplicemente vedere con i propri occhi il cafone, il solito sconosciuto, disse con tono triste. Alla sera, per precauzione, ci separarono e ci assegnarono a tre celle differenti; ma nei giorni seguenti tornarono a convocarci assieme per gli interrogatori. Il commissario voleva sapere molte cose da Berardo, voleva sapere dove fosse la tipografia clandestina, chi fosse il tipografo, e se vi fossero altri complici. Ma Berardo non rispondeva. Berardo rientrava le labbra tra i denti e le mordeva fino al sangue, per mostrare al commissario la sua inflessibile volontà di tacere. Negli interrogatori Berardo ci appariva sempre più malconcio. La prima volta non aveva che un segno turchino sotto l’occhio destro, ma dopo gli interrogatori seguenti la sua faccia era appena riconoscibile: le labbra, il naso, le orecchie, le sopracciglia portavano le tracce delle violenze patite. Tuttavia egli non parlava. Egli non rispondeva alle domande del commissario. Non potendo più stringere le labbra lacerate, stringeva i denti per mostrare al commissario la sua inflessibile volontà di tacere. Una sera ebbi anch’io una “chiamata speciale”. «Sputa la verità» mi ordinò il commissario. Dissi la verità, ma non mi credette. Fui condotto in un sotterraneo, gettato su un banco di legno e legato, le mani dietro la schiena, con cinturini di cuoio. E all’improvviso fu come se cadesse su di me una pioggia di fuoco. Come se la schiena si aprisse e vi entrasse del fuoco. Come se sprofondassi in un precipizio senza fondo. Quando rinvenni, vidi sul banco il sangue che mi usciva dalla bocca e che faceva sul banco un piccolo rigagnolo. Lo assaporai con la punta della lingua e ne bevvi un po’, perché la gola mi

 

– Il giorno dopo il Calitrano fu rimesso in libertà. Berardo e io fummo riuniti nuovamente nella stessa cella, assieme a un tizio che aveva tutta la faccia d’un poliziotto. Manifestai questo dubbio all’orecchio di Berardo, ma egli mi rispose: «Non me ne importa nulla. Tutto quello che dovevo dire, l’ho già detto.» Ma quando gli dissi che il Calitrano era uscito, allora egli ebbe una reazione imprevista. «Ah, sì?» disse sorridendo. «Adesso dobbiamo trovare il modo di uscire anche noi. Il giuoco vale se dura poco.» Ma se era stato facile cominciare il giuoco, doveva essere molto più difficile chiuderlo.

 

–  Quando Berardo disse al commissario che la sua prima confessione era stata un trucco, il commissario si mise a ridere e lo rimandò in cella, dicendogli: «O confessi tutto quello che sai, o finirai male.» La stessa sera Berardo ebbe una nuova “chiamata speciale”. Le “chiamate speciali” di Berardo avevano qualche cosa di atroce. Berardo si difendeva. Berardo non poteva ricevere un colpo senza renderlo. Per legargli le mani e i piedi ci volevano otto o nove poliziotti. Quella sera egli aveva finto di essersi rassegnato a lasciarsi torturare senza reagire, ma, mentre un agente gli stava legando una corda attorno ai ginocchi, gli cadde sopra e con i denti l’afferrò alla nuca, tenendolo così fortemente, che gli altri poliziotti dovettero dargli delle martellate alle mascelle per fargli lasciar la presa. E alla fine lo ricondussero in cella, tirandolo per le gambe e le spalle, come Cristo, quando fu deposto dalla croce. «Lui è fuori e io sto qui» mi disse Berardo l’indomani. «In fondo, anche lui è un cittadino. Lui adesso magari se la sciala ed io mi sto facendo massacrare per lui. Perché non dovrei raccontare tutto?» (Il detenuto che noi sospettavamo di essere un poliziotto, ascoltava con grande interesse.) Quando fummo chiamati nuovamente davanti al commissario, io non sapevo se Berardo facesse bene o male a raccontare tutto quello che aveva appreso dal Calitrano, pur di essere scarcerato.

 

–  «Siete disposto a confessare tutto?» domando il commissario a Berardo. Berardo fece un impercettibile cenno di sì con la testa. Si teneva in piedi a fatica, per le ferite che aveva in tutto il corpo; la sua faccia era irriconoscibile; era ridotto un povero “ecce homo”. Allora il commissario aprì un tiretto e presentò a Berardo un giornaletto che portava in testa questo titolo a grandi caratteri: VIVA BERARDO VIOLA «In questo giornale», disse il commissario «in questo foglio stampato alla macchia vi sono alcune notizie sul trattamento che la polizia giustamente vi ha fatto subire dal giorno del vostro arresto a oggi. Poiché volete confessare tutto, cominciate col raccontare come avete fatto a trasmettere queste notizie dalla vostra cella alla redazione del giornale clandestino.» Berardo non rispose. «In questo giornale» proseguì il commissario «si parla molto di Teora, di Conza e degli altri paesi vicini;. Si parla della deviazione d’un corso d’acqua, di un tratturo, della questione delle terre del Fucino, del suicidio di un certo Teofilo, della morte di una certa Elvira, e di fatti simili. È evidente che solo uno di queste zone, poteva dare simili notizie. Spiegate come questo sia avvenuto.» Berardo non rispondeva. Egli guardava come ipnotizzato il giornaletto che il commissario gli aveva posto davanti e in cui c’era stampato il suo nome e quello di Elvira. In cui c’era scritto a grandi caratteri: “Viva Berardo Viola”. «Parlate dunque» insisté il commissario. «Impossibile, signor commissario» gli rispose Berardo preso da una strana commozione. «Adesso piuttosto preferisco morire.» Il commissario continuò a esortarlo. Ma Berardo era in spirito già altrove. Egli non vedeva più il commissario. Egli non lo sentiva più. Egli si lasciò ricondurre in cella come qualcuno che ha fatto testamento, prima di morire. Eppure la lotta non era finita. 

 

–  Nessuno di noi due chiuse occhio durante la notte. Berardo si teneva la testa fra le mani come se stesse per scoppiargli. Decideva di confessare, si pentiva, tornava a decidersi, tornava a pentirsi. Si stringeva la testa con le mani perché non gli scoppiasse. Perché doveva restare in carcere? Perché doveva morire in carcere, a trent’anni? Per l’onore? per l’idea? Ma quando mai lui si era occupato di politica? Così passavano le ore della notte. Così parlava, a me e a sé, Berardo Viola, mentre l’altro compagno di cella cercava di cogliere ogni sua parola. La lotta continuava: «Che senso ha il vivere ora che Elvira è morta? E se io tradisco, tutto è perduto. Se io tradisco» diceva «la dannazione di tutta questa zona dell’alta Irpinia, sarà eterna. Se io tradisco passeranno ancora centinaia di anni prima che una simile occasione si ripresenti. E se io muoio? Sarò il primo cafone che non muore per sé, ma per gli altri.» Questa era la sua grande scoperta. Questa parola gli fece sbarrare gli occhi, come se una luce abbagliante fosse entrata nella cella. Mai dimenticherò il suo sguardo, la sua voce in quelle ultime parole. «Sarà» egli disse «qualche cosa di nuovo. Un esempio nuovo. Il principio di qualche cosa del tutto nuova.» Poi aggiunse, ricordandosi all’improvviso di un fatto assai importante: «Fin da ragazzo mi era stato predetto che sarei morto in carcere.» Questa persuasione gli diede una grande pace. Egli era steso sul cemento come un albero abbattuto, un albero pronto per il fuoco. Aggiunse soltanto: «Quando li rivedrai, saluta gli amici.» Furono le ultime parole che udii da Berardo. Al mattino seguente fummo separati definitivamente.

 

– E due giorni dopo fui chiamato dal commissario, insolitamente gentile. «Berardo Viola si è ucciso stanotte» mi disse. «Egli si è impiccato alla finestra della sua cella, per disperazione. Il fatto è certo. Però nessuno era presente al fatto e manca un verbale. Un verbale è indispensabile. Se tu sei disposto a firmare un verbale in cui si certifica che quel tuo paesano si è impiccato, oggi stesso sarai libero.» A sentire che Berardo Viola era stato ammazzato, mi misi a piangere. Il commissario scrisse qualche cosa su un pezzo di carta ed io firmai senza leggerlo. Avrei firmato qualunque cosa, anche la mia condanna a morte. Poi fui condotto nell’ufficio del capo della polizia. «Era lei l’amico del defunto Berardo Viola?» mi chiese. «Signor sì.» «Conferma che il defunto aveva sempre manifestato tendenze al suicidio?» «Signor sì.» «Conferma che il defunto aveva ultimamente gravi dispiaceri amorosi?» «Signor sì.» «Conferma che il defunto era rinchiuso nella medesima cella di lei ed ha approfittato del fatto che lei dormiva per appendersi ad una inferriata?» «Signor sì.» «Bravo» mi disse all’uscita il commissario che aveva assistito all’interrogatorio, e mi offrì una sigaretta. Poi fui condotto nel palazzo di giustizia, nell’ufficio di un giudice. E fu la stessa cantilena. «Era lei amico del defunto Berardo Viola?» mi chiese il giudice. «Signor sì, signor sì, signor sì.» Anche lui mi fece firmare la carta e mi licenziò. A mezzogiorno fui rimesso in libertà, accompagnato alla stazione e caricato sul treno con foglio di via obbligatorio.

– Avevo seguito tutto il racconto, senza proferire una sola parola, disse Teresa. -Sentivo di avere gli occhi lucidi, un cuore in tumulto e lo stomaco chiuso, aggiunse ancora, rivolta alle tre figlie, che la stavano guardando in assoluto silenzio, aspettando solo la fine del racconto.

– E poi?… chiese Maria Gaetana la più piccola – Cosa è successo? Teresa sospirò profondamente e poi con voce preoccupata disse:

– Poi, non mi ricordo più niente, solo che mi sono trovata stesa qui, quando mi avete svegliata… mo’ nun sacc’ chiù si sta cosa è successa veramente o mi son sunnata…

– Ma sicurament, m’aggia sunnata, proseguì Teresa – è tropp’ brutt’ nu munn’accussì… e sta gent’  accussì senza Dio, lu Patratern’ nun l’avess’ mai creat’….

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Author

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After spending most of my life believing that I had to put aside my own needs to take of others, I finally realized that I do not have to choose between being self-compassionate and compassionate to others. I have learned that I can do both at the same time which provides me with a deep sense of abundance and meaning. Fortunately, the more self-compassionate I am, the more positive energy I have to care for and meet the needs of others.

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