Testo tratto dal sito web www.viagramsci.com

L'influenza di febbre del 1918
La "Spagnola in Irpinia

L’influenza detta “spagnola”, causata dal virus a RNA H1N1, si diffuse in forma pandemica in tutto il mondo tra il 1918 e il 1919. In Italia il virus colpì in tre successive ondate raggiungendo quasi tutto il paese: una prima fase, tra marzo e luglio 1918, fu relativamente “benigna” nel decorso della malattia, ma caratterizzata da un elevatissimo contagio; la seconda ondata si diffuse a partire dal mese di agosto, probabilmente a seguito di una mutazione del virus e fu la più violenta. La terza fase colpì molti paesi tra il febbraio e l’estate del 1919. I primi sintomi del morbo erano quelli influenzali “classici” (febbre, mal di testa), ma le complicazioni polmonari erano la conseguenza più grave e colpivano soprattutto i giovani e gli adulti di un’età compresa tra i 15 e i 45 anni. In Italia si contarono circa 400.000 morti: si ritiene che oltre 200 milioni di persone siano state colpite dalla malattia in tutto il mondo e che il numero dei morti sia stato superiore ai 10 milioni.
(Tratto da Google)

Tratto da: Google www.cdi.it/approfondimento/linfluenza-spagnola/ 

Tra le tragedie del primo ‘900 ( guerre, carestie, rivoluzioni ) non si può non ricordare la pandemia di influenza che devastò il pianeta causando milioni di morti, impropriamente denominata “La Spagnola”.

L’origine di tale denominazione è legata al fatto che nella primavera del 1918, durante la prima guerra mondiale, le censure della stampa dei Paesi belligeranti decisero di non divulgare notizie terroristiche sull’esistenza dell’epidemia di influenza per non turbare ulteriormente l’opinione pubblica.

Al contrario in Spagna, Paese non belligerante, non vi erano censure e i mezzi di divulgazione descrissero dettagliatamente l’epidemia di influenza, (si era ammalato anche il Re Alfonso XIII), tanto che il resto del mondo associò erroneamente il nome della malattia (La Spagnola) all’unica Nazione che ne aveva parlato.

La terribile epidemia infuriò nel mondo tra il 1918 e il 1920 facendo più vittime della prima guerra mondiale (e della peste del 1300!) in un mondo che contava allora 1 miliardo e 800 milioni di abitanti. La Spagnola ha ucciso infatti tra i 50 e i 100 milioni di persone in pochi mesi.

Di recente, il laboratorio di riferimento nazionale del Center for Disease Control and Protection di Atlanta ha “ricreato il virus dell’influenza Spagnola”, studiando cellule polmonari di cadaveri congelati nel permafrost (terreno perennemente ghiacciato dell’Alaska ).

Fa riflettere come ancora oggi si ripresentino delle sfide alla società che solo l’arma formidabile della scienza potrà sconfiggere.

E’ difficile ipotizzare le affinità tra il Covid-19 e l’Influenza Spagnola.

Innanzi tutto la grande maggioranza della popolazione coinvolta nella Spagnola era formata da soggetti giovani in buona salute e proprio in questa classe, e non in quella degli anziani, si verificò la più alta mortalità.

A ciò si aggiunge che non erano ancora stati scoperti gli antibiotici e gran parte delle vittime morì per sopravvenute infezioni batteriche opportuniste (polmoniti) o per ipereazione della risposta immunitaria. 

Infine la diffusione del virus non avvenne d’inverno, come per la tradizionale influenza, ma in tarda primavera-estate con un picco ad ottobre.

di ANNIBALE COGLIANO. (www.viagramsci.com)

Se la spagnola è il nemico invisibile rispetto al quale si procede ciechi o a tentoni sul piano della profilassi e della terapia strettamente sanitaria, lo Stato, come abbiamo visto sinora, non è cieco rispetto ai problemi di ordine pubblico interno e alla necessità impellente di portare a termine la guerra con la vittoria, che l’epidemia rischia di compromettere. Come risponda la società civile in una provincia del Mezzogiorno interno e quale dialettica si apra negli ultimi mesi di guerra e nei primi del dopoguerra, è quanto cercheremo di affrontare nelle pagine a seguire; con l’avvertenza che  solo altri studi in differenti realtà territoriali potranno dirci quanto sia rappresentativa l’Irpinia contadina, semianalfabeta, con un’agricoltura di autosussistenza, governata da un notabilato trasformista e prono al Governo centrale, al quale ha dovuto assicurare obbediente carne da cannone, pace interna nel crogiuolo feroce del  carovita, della penuria di beni, del calmiere, delle requisizioni di grano e di bestiame, dei feriti e degli invalidi, degli orfani, della morte di massa, nonché pace repressiva per le rivolte che hanno punteggiato tanti comuni della provincia per tutto il 1917.

La documentazione conservata presso l’Archivio Centrale di Stato[1] non lascia dubbi: a) la spagnola infierisce su un tessuto sociale non solo povero e governato da un pugno di uomini tracotanti, quale che sia l’appartenenza politica, ma duramente e lungamene provato , senza tregua, da malattie che la precedono da decenni e la seguiranno per lungo tempo a venire: malaria, tifo, meningite cerebro-spinale, vaiolo, vaioloide, scarlattina[2]; b) fortissima è la resistenza all’isolamento sociale e alle terapie proposte dalle autorità sanitarie e politiche, poco o per nulla legittimate come agenti propositivi ed efficaci della salute collettiva.

Nella tradizione popolare, il lazzaretto e la contumacia (la quarantena) ad esso associata non sono strumenti validi e accettabili per guarire e per conservare la propria dignità o equilibrio mentale[3].Sulla profilassi e nella terapia laica dello Stato s’innesta sul piano antropologico una remota componente culturale religiosa, comune del resto alle tre grandi confessioni monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo, Islam). Sono il Levitico e i Numeri della Torah la fonte storica e normativa per i mali mortali e/o devastanti il corpo. È la lebbra (tzaarath in ebraico) la malattia infettiva per eccellenza della quale trattano i due testi sacri; malattia che ha flagellato il mondo occidentale sino al XIV secolo. La lebbra è un’impurità estremamente visibile sul corpo umano: «Quando uno ha sulla pelle del corpo un gonfiore o una pustola o una macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sia condotto dal sacerdote Aronne o da uno dei suoi discendenti. Il sacerdote esaminerà la parte malata […] allora dopo averlo esaminato dichiarerà quell’uomo impuro. […] L’uomo colpito da lebbra deve portare vestiti strappati, stare a capo scoperto e coprirsi la parte bassa del viso; egli deve gridare: “Impuro! Impuro!” Egli è impuro per tutto il tempo durante il quale è colpito dal suo male; per questo dovrà abitare fuori del campo»[4]. (Levitico 13, 1-3, 45-46). Dio ordina a Mosé: «Comanda agli Israeliti di mandar via dall’accampamento tutti quelli che si trovano in stato di impurità rituale, perché colpiti dalla lebbra o da un’infezione agli organi genitali o perché hanno toccato un cadavere. Dovrete tenerli separati, lontano da voi, siano uomini, siano donne, perché non sia contaminato l’accampamento, dove io sono presente in mezzo a voi» (Numeri 5, 1-3).

All’autorità divina, progressivamente, prima nel corso del Basso Medioevo e di tutta l’età moderna (mirabili i lavori di Michel Foucault, in particolare Sorvegliare e punire) e poi con la legislazione napoleonica, si accompagna o subentra nel tempo l’autorità laica (medica e politica) nel disciplinare la segnalazione del morbo (basti pensare all’obbligo della denuncia), la separazione, la distanza, l’esclusione, e infine lo stigma. Atti questi che fanno presto a scivolare da una legittima e doverosa profilassi, temporanea, vigilata e attenta a non ledere sentimenti e privacy, verso la ricerca di un nemico e di un capro espiatorio, o, ancora peggio, verso il controllo sociale e politico di parti o dell’intero corpo sociale.

Preziosa per ricostruire le dinamiche del tempo a proposito di isolamento sociale e profilassi in genere è una nota del direttore della “Rivista Internazionale di Clinica e Terapia” pubblicata a Napoli[5], indirizzata alla Direzione generale di sanità. La nota ha come punto riferimento un lavoro sul campo nel 1914, a Cervinara, comune irpino ai confini del beneventano e del casertano, dove, imperversa un’epidemia di scarlattina, e che poi nel 1918 sarà uno dei centri fra i più bersagliati dalla spagnola. Il comune è provvisto di lazzaretto, dove solitamente sono trasportati gli infermi poveri (i benestanti sono solitamente lasciati in casa). Non tutti i poveri però denunciano la propria infezione, per evitare l’isolamento e le condizioni di vita del lazzaretto. Nel caso della scarlattina, essendo i bambini i più colpiti, è ancora più frequente la mancata denuncia da parte dei genitori. Il direttore della “Rivista Internazionale” chiede allora l’intervento della Direzione generale della Sanità pubblica, affinché, in alternativa, disponga almeno la chiusura prolungata delle scuole per evitare il diffondersi ulteriore del contagio:

Le epidemie di scarlattina hanno questo di caratteristico che si sviluppano lentamente, presentando nel loro decorso ripetute remissioni ed esacerbazioni, e si estinguono lentamente, pur provocando ancora per un tempo lunghissimo casi isolati. Poiché sono i bambini i soggetti più disposti a contrarre la malattia, si comprende come le pubbliche scuole, gli asili infantili offrano principalmente occasione alla diffusione della scarlattina, e come le epidemie irraggiano principalmente da questi centri. Non è più in questione la possibilità di uno sviluppo autoctono della malattia: ogni caso proviene da un caso precedente, e sicuramente non si può dimostrare la via seguita dalla infezione. Bene, adunque, il Sindaco del Comune di Cervinara chiuse le scuole (sebbene con molto ritardo), ma occorre che tale chiusura si prolunghi di molto, e non di pochi giorni, perché in tal caso si verificherebbero esacerbazioni della malattia; è per questo che il sottoscritto si rivolge alla spettabile Direzione Generale, onde questa vorrà ordinare il prolungamento della chiusura delle scuole per lo meno fino a tutto il mese di marzo.

Non ce ne voglia il lettore se, per fare ulteriore luce sul lazzaretto e sulle reazioni popolari alle politiche delle pubbliche autorità, deroghiamo dalla documentazione ufficiale, riportando un episodio tratto da fonti orali della comunità di chi scrive, Gesualdo, centro rurale, di poco meno di 5.000 abitanti al censimento del 1911 e con 650-700 soldati sotto le armi ai tempi della spagnola. Il fatto accaduto circa due anni dopo l’epidemia di spagnola, ci consente di entrare ulteriormente nel vivo dei rapporti fra mondo popolare e autorità sanitaria e politica.

In Gesualdo, centro fieristico regionale, in agosto, mese in cui il vaiolo, il tifo e la scarlattina bussavano alle porte di tante case in tutta la provincia, due ambulanti che portavano cocomeri su un carretto, provenienti da un lontano comune del salernitano, sono sospettati di spargere veleni dalle guardie comunali preposte a vigilare sull’andamento della fiera. Presto, le zelanti guardie, prima di sequestrare[6] i malcapitati, chiudono le porte del grande recinto rettangolare in cui si svolge la fiera. La folla, edotta da tanti arbitri passati, non dà credito ai sospetti e cerca di mettere in salvo i due ambulanti.  Uno dei due malcapitati riesce a salvarsi arrampicandosi e saltando il muro di cinta; l’altro è afferrato e trascinato nel lazzaretto, distante poche centinaia di metri nei pressi del vecchio camposanto, dove resta prigioniero per due giorni[7]. In paese è tutto un mormorio di disapprovazione e di compianto: chi non ha avuto un congiunto malato nel lazzaretto? chi non ha portato cibo e medicine al familiare sperando e pregando per la sua guarigione? chi non ha avuto un parente o un conoscente morto in quel luogo? chi non ricorda lo stigma che ha accompagnato per tutta la vita chi da quel luogo è uscito vivo?

Stavolta si va oltre l’arbitrio del sospetto. Il lazzaretto, da luogo della separazione degli infettati o presunti tali, dai convalescenti e dai sani, da luogo della quarantena a tempo, si trasforma in tomba. Al terzo giorno il forestiero cessa di vivere: non di malattia, ma per una iniezione letale del locale ufficiale sanitario e medico, don Paolo Aldorasi, un notabile del paese, che quasi sicuramente avrà avuto il beneplacito del sindaco e dell’Amministrazione comunale. Quando l’ufficiale sanitario esce dal lazzaretto, alla domanda che un amministratore gli rivolge, «Si può salvare?», scuote la testa e risponde: «Ciò che è fatto è fatto!»

Una quindicina di giorni dopo i familiari, con alla testa il compagno di sventura salvatosi con la fuga, ignari dell’accaduto, arrivando in paese, chiedono notizie del congiunto e della sede del municipio per avere informazioni. Più voci pietose li dissuadono a non proseguire, inducendoli a tornare indietro fra urla disperate e rabbia sterile: le autorità potrebbero riservare loro la stessa sorte[8].

Non sembri l’accaduto solo un terribile atto di ferocia di una caccia fuori stagione a presunti untori. Non che non lo sia (magistrale la lezione Colonna infame di Manzoni nella ricostruzione della leggerezza e del cinismo dei magistrati di sanità milanesi), ma vi sono fattori ancora più gravi: l’ufficiale sanitario non è una figura professionale autonoma, non è come i tanti medici in servizio al fronte o fra la popolazione civile, che  pagano spesso con la vita la fedeltà al giuramento di Ippocrate; egli dipende dal Ministero dell’Interno (Direzione generale di sanità pubblica), che attraverso il Prefetto può rimuoverlo qualora lo ritenga incapace o poco zelante. Le note della Prefettura inviate al Ministero dell’Interno sono sin troppo eloquenti per la rimozione frequente di ufficiali sanitari ritenuti poco solerti sia nelle disposizioni che nel controllo delle applicazioni profilattiche[9]. La loro efficienza si misura solo nella loro capacità di contenimento del contagio. Ne rispondono in prima istanza al prefetto, il quale a sua volta, può essere rimosso dalla sede e dalla funzione. Unitamente agli amministratori comunali, sono responsabili delle mancate denunce di infezione. Se non ci sono lazzaretti disponibili, debbono provvedere, di concerto con le autorità comunali, ad allestire locali di isolamento[10], o, nel caso di contadini infettati abitanti in case rurali sparse, sufficientemente distanti dall’abitato, debbono vigilare affinché non si muovano da casa affidando ai familiari la cura o, in alcuni casi, a personale infermieristico. Inoltre, accanto alla somministrazione di medicinali, debbono sempre provvedere alla disinfezione delle case[11], degli oggetti di uso quotidiano, delle strade, ecc. Non importa se la diagnosi è incerta, se i sintomi non chiari, e meno ancora se il malato muoia. L’importante è arrestare l’espansione dell’epidemia. La salvaguardia della propria immagine e del prosieguo della propria carriera professionale saranno probabilmente state prioritarie per il nostro ufficiale sanitario, così come lo sono state per il personale della Direzione generale di sanità pubblica al Ministero dell’Interno nell’affrontare la spagnola.

Dello scollamento fra le masse popolari e le autorità sanitarie e politiche, di cui abbiamo appena trattato, è testimonianza eloquente la vigilia della prima ondata della spagnola. Fra il 1916 e gli inizi del 1918 imperversano in tutta la provincia le malattie infettive più disparate, in particolare il morbillo e la più letale meningite-cerebro spinale, che colpiscono soprattutto i bambini[12]. Le autorità sanitarie tentano di isolare e curare gli infettati ricorrendo alle vaccinazioni di massa nelle scuole. Ma innestandosi la vaccinazione su un terreno segnato da requisizioni, penuria di beni alimentari e fame diffusa, che hanno già provocato rivolte per tutto il 1917, alimenta una nuova voce popolare di protesta, diffusa del resto in tutto il Mezzogiorno: il governo, per esigenze di guerra legate alla difficoltà di approvvigionamento alimentare, vuole con le vaccinazioni ridurre le bocche da sfamare uccidendo o riducendo l’appetito dei bambini. Specularmente e con ignoranza e cecità ancora più grassa, le autorità governative centrali, ispettive e sanitarie, danno al rifiuto della profilassi e della terapia in corso, un valore politico di attentato patriottico: propalazione di notizie volte a demoralizzare lo spirito pubblico (sarà solo con la seconda ondata della spagnola che cambierà il registro di lettura). Popolo ignorante e Stato cieco: è un doppio irrazionalismo, prodotto della delegittimazione dello Stato liberale che ha imposto la guerra. Agli inizi dell’epidemia, ai primi casi di infezione, fa ancora testo per la Prefettura e i gruppi dirigenti irpini la circolare del ministro dell’Interno Orlando del 24 aprile 917:

Già con precedenti circolari ho avuto occasione di richiamare l’attenzione delle SS. VV. sulla diffusione di notizie allarmanti, deprimenti lo spirito pubblico e sulla necessità di una rigorosa ed assidua vigilanza per sorprendere e denunciarne gli autori, a’ sensi dell’art. 2 del D. L. 20 giugno1915, n. 885. […] Le notizie più disparate circolano ovunque, nelle città come nelle campagne, accennanti in particolar modo, ad una imminente invasione del nostro paese da parte degli eserciti nemici con il conseguente ordine, già emanato dalle Autorità, di evacuazione della popolazione dai territori minacciati, a combattimenti con elevate perdite pel nostro esercito, all’affondamento di nostre navi da guerra, facendone risalire la responsabilità all’imperizia ed alla impreparazione dei Comandi.

Anche sulle condizioni interne dell’ordine pubblico si diffondono voci infondate di moti insurrezionali scoppiati in diverse regioni e di repressioni sanguinose. In qualche piccolo centro si è giunti persino ad insinuare che le Autorità cercano di sopprimere i fanciulli con iniezioni e con la distribuzione di sostanze venefiche, mancando i mezzi per alimentare la popolazione. Naturalmente tutte queste voci fantastiche che per la loro persistenza finiscono talvolta per trovar credito anche presso le classi meno incolte, non possono che ingenerare un diffuso stato di inquietudine, di malessere e di panico, che si ripercuote dannosamente sull’ordine pubblico e sulla economia nazionale e viene ad insidiare la resistenza mirabile di cui ha dato finora prova il nostro paese. Si rende, pertanto, indispensabile che le Autorità esplichino un’azione attivissima ed illuminata per combattere l’insana propaganda, procedendo con tutto il rigore della legge, senza riguardi di persona, contro tutti coloro che per leggerezza, incoscienza o per fini meno confessabili, concorrono a questa opera di demoralizzazione e di disgregamento. […][13].

Da un lato, il famigerato decreto Sacchi che colpisce con l’arresto, la prigione e multe salatissime indistintamente chiunque parli di guerra o esprima desideri di pace; dall’altro la sindrome di Caporetto per un possibile cedimento del fronte interno portano all’assurdo, al surreale.

Un telegramma del prefetto Pietro Frigerio, inviato al Ministero dell’Interno il 21 febbraio 1918, così descrive l’Alta Irpinia:

In alcuni comuni del circondario di S. Angelo dei Lombardi, si è sparsa notizia che bambini sarebbero stati sottoposti ad iniezioni debilitanti per ottenere minore consumo generi alimentari. Notizia determinò allarme nelle famiglie, onde madri in massa recaronsi alla scuola per ritirare bambini. Mercé pronto intervento autorità, funzionari di P.S., Arma RR. Carabinieri e persone influenti calma poté ovunque ristabilirsi. Soltanto a Volturara, circondario di Avellino, ore 10 del 18 corrente, improvvisamente riunironsi adiacenze scuole circa 100 persone, reclamando consegna bambini, nonostante protesta ed opposizione insegnanti che spiegavano assurdità voce, dovuta evidentemente a qualche nemico della Patria (corsivo nostro). In tale occasione Arma procedette arresto 2 donne ed un uomo risultanti promotori assembramento[14]. Ordine pubblico ristabilitosi prontamente ed attualmente è ovunque perfetto. Ad impedire ulteriore divulgazione notizia e conseguenti ingiustificate agitazioni, ho interessato telegraficamente Arma, Sindaci, Parroci ed altre persone influenti smentire insensata malvagia notizia, facendo rilevare che a tutela salute infanzia Governo raccomanda e favorisce ovunque istituzione refezione scolastica[15].

Il giorno successivo, il 22 febbraio, la divisione dei Regi Carabinieri di Avellino dà ulteriori informazioni sui comuni di Montella, Paternopoli, Castelvetere, in cui, fra l’8 e il 15, «dato il momento attuale, madri forsennate si recarono a rilevare i bambini dalle scuole temendo che effettivamente si volessero sottoporre ad iniezioni debilitanti.» Ma, per quanto sollecite siano le indagini, l’Arma e il funzionario prefettizio di P.S. comunicano come non sia stato possibile individuare i propalatori di notizie allarmanti. Né – aggiungiamo noi – ve n’erano effettivamente: la diceria sulle iniezioni debilitanti ha a che fare con uno stato d’animo di disagio e sofferenza diffusa, che la caccia agli untori non può cogliere. L’area dei propalatori – in una nota prefettizia successiva – si allarga a 27 comuni. Atripalda[16], centro commerciale prossimo ad Avellino (unitamente a Montella), è individuata come centro diffusore, e, a pagarne le spese, sono due giovani donne e un cinquantenne, incriminati e arrestati sulla scorta del decreto Sacchi del 4 ottobre 1917.

Il 23 febbraio, il provveditore agli studi, Vincenzo Spaziante, massone del Grande Oriente, dotto in teoremi di complotto, invia una circolare (Per la difesa della scuola), agli ispettori e agli insegnanti della provincia, affinché sventino la diceria e denuncino i “propalatori” locali. Con una aggiunta xenofoba, se non razzista, che si commenta da sé: il complotto è ordito da mentori tedeschi e austriaci: «È da rilevare che la fonte di tale voce non può essere che quella dei nemici della Patria e che, com’è evidente, la manovra di costoro è diretta allo scopo di ottenere che i fanciulli disertino le scuole, nelle quali ora si va svolgendo tanta efficace opera di propaganda patriottica.» Chi sono i manovratori tedeschi e austriaci? I profughi delle zone di guerra presenti in provincia: è la fantasmagorica risposta del Provveditore: «Siate pure preparati a combattere altre azioni antipatriottiche dei nostri nemici; poiché è da aspettarsi che essi, abusando della cortese ospitalità che godono nella nostra Provincia, potranno ricorrere ad altri mezzi che credono atti a dirimere e a far rallentare la mirabile resistenza interna»[17].

L’eco è nazionale. Il Direttore generale di Pubblica Sicurezza, il 7 marzo, così relaziona al Ministro dell’Interno:

Nella terza decade dello scorso febbraio, le condizioni dell’ordine pubblico sono rimaste soddisfacenti, benché qua e là siano continuate, in special modo nelle provincie meridionali, manifestazioni per l’applicazione della tessera per la macinazione dei cereali o per protestare contro la deficienza dei generi di prima necessità. […] In alcuni comuni del circondario di S. Angelo dei Lombardi (Montella, Castelvetere, Paternopoli, Volturara, Atripalda) si è invece avuto una serie di agitazioni determinate dalla sciocca, malvagia notizia che i bambini dovevano essere sottoposti ad iniezioni producenti deperimento del loro organismo allo scopo di ottenere un minor consumo di generi alimentari. Le donne, allarmate, e molto eccitate, corsero alle scuole elementari reclamando i loro ragazzi. Pare che l’allarme sia da attribuirsi a una circolare sulla profilassi delle malattie infettive. Ad ogni modo le Autorità, oltre a svolgere opera persuasiva per far comprendere alle popolazioni tutta l’assurdità di tale voce, hanno iniziato indagini per rintracciare i responsabili della propalazione e difatti, si è già proceduto ad arresti[18].

Gli arresti e le azioni delle autorità provinciali non fermano né possono fermare i nemici della Patria. Tutte le prigioni del Regno non basterebbero: agli inizi di marzo, lo stesso fenomeno si registra in tanti altri comuni irpini, nonché del beneventano e del casertano.

Di questa impossibilità è prova un processo che vorrebbe essere esemplare, celebrato in Avellino e approdato in appello a Napoli[19]. Il primo nemico della Patria è Federico Verrusio, che avrebbe propalato la diceria di iniezioni letali in Montesarchio e Rotondi, comuni rispettivamente della provincia di Benevento e di Avellino. Arrestato dopo una breve latitanza, è condannato a 46 giorni di carcere (anche per resistenza e minacce a pubblico ufficiale, ossia alle maestre in servizio, obbligate, con reiterati insulti, al rilascio del figlio a scuola) e a lire 160 di multa[20]. Verrusio, di anni 50, è un ramaio e stagnino di Montesarchio, 4 volte condannato per lesioni personali; analfabeta, è padre di 6 figli, due dei quali in guerra. Verrusio non negherà gli addebiti mossi, ma dirà in istruttoria e in dibattimento che una sua figliolina era morta a seguito di iniezioni. A Montesarchio altri nemici della Patria sono tre contadini analfabeti (due donne e un uomo), poi assolti per insufficienza di prove o per inesistenza di reato. I reati imputati: violazione del Decreto luogotenenziale, art. 1, del 4 ottobre 1917, n. 1561, (decreto Sacchi), artt. 195 e 68 del Codice penale, e del D. L. del 23 maggio 1915, n. 674 (notizie false e tendenziose che attentano all’ordine pubblico).

Ad essere colpito dal pugno di ferro della magistratura è soltanto Verrusio. La gran parte dei nemici della patria resta fuori dalle incriminazioni: oltre un centinaio di mamme, secondo le dichiarazioni delle maestre, sono entrate a scuola per ritirare i propri figli e hanno invitato gli altri genitori a fare altrettanto per impedire che fossero sottoposti ad azioni venefiche.

Più che la ricostruzione della propalazione della sciocca, malvagia notizia e degli esiti processuali[21], interessa riportare, attraverso la sentenza del Tribunale di Avellino e gli atti istruttori, l‘interpretazione del decreto Sacchi sul disfattismo. Non vi sono internati o profughi fra i mentori occulti, come vorrebbe il Provveditore agli studi e come escludono i testi chiamati a deporre, ma la diceria è di massa. I giudici si sentono obbligati a reprimere, ma, pur riconoscendo che Verrusio non è l’autore della diceria, non solo non  tenendo conto dell’estrazione sociale e del livello di alfabetizzazione degli imputati  e pur a fronte del ritiro della querela da parte delle insegnanti offese; obbligati perché tenuti a sottoporre in visione gli atti processuali al Procuratore del re presso la Corte di Appello di Napoli, che si attiene rigidamente alla lettera e allo spirito del decreto Sacchi, uniformandosi alla giurisprudenza del Comando militare supremo:

Il decreto Sacchi punisce il fatto volontario che abbia l’attitudine a deprimere lo spirito pubblico, indipendentemente dall’essersi verificato l’effetto dannoso. Tale decreto è nel suo costrutto così intuitivo da non far sorgere malintesi. […] Fino a che il Verrusio si fosse limitato a palesare con qualcuno il suo timore, si sarebbe potuto forse dubitare della sua responsabilità, ma invece egli volle senza alcun plausibile motivo, fare una vera propaganda in un paese forestiero. È vano perciò giustificarne l’operato con testimoni ed invocare questo o quel vizio di mente; egli volle violare palesemente la norma punitiva in esame e deve subirne le conseguenze. […] Il decreto Sacchi in parola non mira a reprimere il disfattismo bene organizzato e sistemato, onde annientare col più deplorevole intento la resistenza della Nazione, ma vuole colpire un disfattismo di più minute proporzioni, quello per così dire da marciapiedi o da caffè, come ben rilevava la sentenza del Tribunale Supremo di guerra. […][22].

Siamo semplicemente e tragicamente di fronte ad un’aberrazione giuridica, figlia a sua volta di un’aberrazione politica, governativa e istituzionale a monte: repressione non degli effetti di un’azione, ma, nella psicosi delle autorità, di ciò a cui essa potrebbe indurre: la depressione dello spirito pubblico e la diminuzione della resistenza interna.

È in questo clima che la prima ondata della spagnola[23] fa la sua comparsa in Irpinia a fine primavera 1918, benigna nel suo decorso, non di massa, portata dai militari in licenza. La nuova infezione si scioglie quasi nelle altre gravi in corso, quando è riconosciuta diversa da esse, passa come una banale influenza stagionale di lieve entità.

Solo con l’estate avanzata, la nuova epidemia spagnola mostra il suo volto maligno, riconosciuta come spagnola dalle autorità e senza che possa essere minimizzata. Agli inizi di settembre la Prefettura comunica al Ministero dell’Interno che essa è prepotentemente presente da diversi giorni fra la popolazione civile nel comune capoluogo e che nelle carceri giudiziarie vi sono 37 detenuti e 8 guardie infette. Allarmante anche il quadro di altri comuni della provincia, fra i quali, con oltre un quarto della popolazione infettata, svetta Altavilla, centro minerario con 700-800 maestranze, provenienti sia dalla cittadina che da altre località, dove la Prefettura ha già inviato tre medici militari per integrare il servizio di assistenza sanitaria.

La giunta comunale di Ariano, presieduta dal sindaco Silvio Nicoletti,  suona l’allarme; il 30 settembre con una delibera ad hoc chiede provvedimenti sanitari drastici: che l’Ufficiale sanitario faccia voti al Ministero dell’Interno affinché dichiari Avellino capoluogo zona infetta. La richiesta implicita è che sia istituito un cordone sanitario intorno al capoluogo. Duplice la motivazione, una di ordine locale e una di ordine più generale: a) la città (17.000 abitanti, la seconda della provincia per popolazione, sede di sottoprefettura) dove da mesi e mesi imperversa la scarlattina, non ancora debellata [24], non può caricarsi di un’altra epidemia. Inoltre, su 5 medici, 2 soltanto sono in servizio attivo, uno è infermo, gli altri due sono anziani (l’Ufficiale sanitario del luogo sarà rimosso di lì a qualche giorno); b) Ariano, benché distante da Avellino una sessantina di chilometri, «è in contatto giornaliero con il capoluogo per passeggeri, movimenti di merci e materiale vario». Da secoli, infatti, Ariano è il centro nevralgico di transito delle merci e dei beni primari dalla Puglia a Napoli.

Il Ministero non accoglie la richiesta e Avellino città provvede da sé come può e sa. La diffusione del contagio è rapidissima e l’Amministrazione comunale prende i soliti provvedimenti in uso da anni: pulizia delle strade, disinfezione dei locali pubblici, proibizione di lavaggio della biancheria lungo le vie dell’abitato (la città è sviluppata urbanisticamente lungo la retta  che congiunge la porta orientale e quella occidentale, Porta Puglia e Porta Napoli, dove transitano uomini e merci), cibo e medicinali ai poveri. Dopo neanche due settimane dalla diffusione del contagio, molti medici sono fuori uso e non resta che invocare al corpo d’armata di Napoli medici militari da destinare al servizio civile.

Il prefetto, Pietro Frigerio, il 19 settembre, chiede (e ottiene con sollecitudine) al Ministero dell’Interno di poter sospendere il pellegrinaggio a Montevergine (da secoli meta di pellegrini provenienti da ogni parte della Campania sino a metà ottobre), per evitare «l’affollamento di gente sudicia sui treni e durante il pernottamento al santuario».

Intanto il Ministero dell’interno ha nominato un Ispettore medico per le province meridionali e ha inviato farmaci, prodotti alimentari – ovviamente ben poca cosa per fronteggiare l’epidemia. Nel giro di una quindicina di giorni, a metà di settembre, su 129 comuni irpini, almeno il 40% ha medici militari di supporto per profilassi e terapia, che il Prefetto – poi censurato – è riuscito ad ottenere rivolgendosi direttamente al corpo d’armata di Napoli (successivamente giungeranno anche medici del corpo d’armata di Ancona), scavalcando la Direzione generale di sanità pubblica.

Nei vari comuni i decessi si moltiplicano ad horas, le carceri giudiziarie sono allo tremo per contagi e decessi, molti medici e farmacisti si ammalano e muoiono come tutti, nel giro di pochi giorni. Numerosi i comuni che resteranno per tutta la seconda ondata privi di personale sanitario. Il bollettino sanitario settimanale della Prefettura è tragicamente ripetitivo.

Il picco dei contagi, agli inizi dell’ondata epidemica, è a macchia di leopardo: oltre al capoluogo e ad Altavilla, il contagio interessa i comuni confinanti con le province contigue (Accadia, Monteleone, Greci, Calitri, Lacedonia con la Capitanata; Marzano di Nola, Avella, Lauro, Baiano, Sperone con Napoli; Cervinara, S. Martino V. C., Rotondi con Benevento e Caserta); poi, verso la metà di settembre  è la volta dei centri interni alla provincia, senza che alcuno sia risparmiato. Nel mese di ottobre si contano a centinaia le denunce per infezione e pure a centinaia e le segnalazioni dei decessi da parte di ogni singolo comune[25]. E a centinaia si moltiplicano le richieste di aiuti alimentari (latte, carne, zucchero), alle quali cerca di provvedere con la generosità possibile la Croce Rossa americana.

Non c’è profilassi che tenga: la pulizia e l’igiene (calce nei cortili, disinfezione delle strade, disinfettanti vari), da un lato, i rimedi praticati e le medicine di solito somministrate (chinino in particolare) per altre malattie infettive, dall’altro, non riducono – non possono ridurre – contagi e decessi. Anzi, in taluni casi, specialmente i salassi, che incautamente sono praticati,  peggiorano lo stato di salute. Inutile dire che la spagnola è anche una infezione di classe che, in una popolazione in gran parte denutrita, con un’alimentazione povera di proteine e vitamine, già debilitata da altre malattie endemiche, trova terreno fertile per infierire, non solo su classi d’età più forti e giovanili (per la tempesta immunitaria che aggrava l’aggressione della spagnola, come abbiamo visto precedentemente), ma su tutte le fasce d’età e, soprattutto, sugli strati sociali più poveri e più deboli[26].

Sul finire della prima decade di ottobre, l’epidemia è del tutto fuori controllo: molti i sindaci e gli amministratori comunali che, se non sono ammalati o deceduti, sono latitanti[27]; i conforti religiosi sono impossibili per l’elevato numero dei moribondi; molti gli ammalati che muoiono soli e abbandonati; molti i cadaveri lasciati per giorni nelle case. Regge la sola profilassi di divieto di funerali e messe in chiesa, più per paura di contagio che per convinta obbedienza, accompagnata dalla tragica solitudine del morente, dall’allentamento o dalla perdita di ogni vincolo familiare e sociale, di cui il mancato seppellimento dei cadaveri è la massima espressione.

A titolo di esempio, prendiamo alcune note prefettizie. Il 12 ottobre, il Prefetto comunica al Ministro dell’Interno:

In Lacedonia ove epidemia ha assunto larghissima diffusione con notevole mortalità, accentuata da fondo malarico occorre integrare servizio risanamento disinfezioni con urgente invio almeno sei militi sanità. Prego codesto Ministero interessarne subito quello Guerra. Prego inoltre disporre invio scorta chinino giusta anche precedente richiesta fatta con telegramma 4 corrente. Ringrazio[28].

Il 13 ottobre, il quadro sanitario è ancora più fosco: il Prefetto comunica che nella gran parte dei comuni non è più possibile formare sul posto squadre per la disinfezione e il seppellimento dei cadaveri, per cui occorrono numerosi militi.

Il 25 ottobre, a seguito della visita nei comuni di Nusco, Calitri, Bisacci e Lacedonia, il Prefetto scrive:

In Nusco epidemia influenza sembra abbia raggiunto sua acme con mortalità almeno finora relativamente limitata. Assistenza medici e farmaceutica sufficienti. Ho promosso costituzione comitato locale per contribuire autorità municipale nell’organizzazione servizi profilattici. Ho inviato sufficiente scorta disinfettanti ed una certa quantità di latte condensato che ho ottenuto da locale sezione Croce Rossa Americana.

In Bisaccia numero casi influenza va giornalmente diminuendo, ma mortalità continua ad essere abbastanza elevata, perché morbo miete numerose vittime tra bambini convalescenti morbillo e tra infermi malarici cronici cui numero è assai rilevante.  Parimenti al fondo malarico devesi attribuire elevata percentuale morbilità per influenza in Lacedonia e Calitri.

Agli inizi di novembre, nella gran parte dei comuni la mortalità decresce, mentre in altri è al suo picco (Volturara, Zungoli, Mugnano del Cardinale, Baiano). Bisognerà attendere la fine di dicembre e compiutamente la fine di gennaio perché la spagnola arresti il suo corso di contagi e decessi

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