Il Racconto
IV° Novella
L’estate di Garibaldi
La saga dei colatrella a' 'orp
Nell’estate del 1860, quando il grano già tagliato lasciava sui campi un odore secco di paglia e sole, il paese tratteneva il respiro come una bestia che fiuta il temporale.
Le cicale stridevano nei muri, nei fichi, nelle siepi di rovo. I cani abbaiavano a ogni forestiero. Dalle case basse di tufo uscivano voci spezzate, mezze preghiere e mezze notizie. In Alta Irpinia, da sempre, la storia grande arrivava così: prima come sussurro, poi come paura, poi come gente vera che bussa alla porta.
Maria Teresa sgranava fagioli sull’uscio e, quasi senza accorgersene, mormorava un ritornello antico:
«C’era ’na vota… nu bellu Rignu…
attuorn’a ’na città…
ma lu cielo cagnaie…
venne lu malutiempo…»
Non era proprio una canzone. Era una specie di lamento vecchio, passato di madre in figlia, buono per cullare, lavorare, spaventare il malocchio o chiamare coraggio quando il coraggio non bastava.
Dentro la casa, Giuseppe sedeva vicino al tavolo zoppo, col cappello tra le mani. Aveva passato i quarant’anni. La schiena era più dura, le mani più larghe, il silenzio più fitto. Guardava il pavimento di terra battuta come se da una crepa potesse uscire la risposta a tutte le domande che non faceva.
Gaetano, ormai giovane uomo, aveva quasi l’altezza del padre e negli occhi una febbre nuova. Entrava e usciva dalla stanza con il passo corto, nervoso, di chi sente arrivare qualcosa di grande e vuole essere il primo a vederlo. Maria, la primogenita, ormai donna fatta, cuciva male una toppa sul grembiule, pungendosi un dito ogni poco per via della distrazione.
«Papà», disse Gaetano all’improvviso, «a Sant’Angelo dicono che so’ passati davvero. Non parole. Li hanno visti. Camicie rosse. Fucili. Gente che gridava “Italia! Italia!” come se fosse una persona.»
Giuseppe alzò appena gli occhi. «E che me ne vene a me, Gaetà, se gridano? La terra mia, si non la zappi, nun dà pane. Che si chiama Rigno, Regno o Italia, la zappa pesa uguale.»
Gaetano strinse la mascella. «E se stavolta cambia davvero?»
Maria Teresa non smise di sgranare i fagioli. «Figlio mio, le cose grandi fanno sempre rumore prima di arrivare. E a volte pure quando non arrivano.»
Passò sul sentiero una donna con due galline per le zampe e una sporta al braccio. Si fermò davanti all’uscio, abbassando subito la voce.
«Teresì… avete saputo? Pare che il sindaco s’è chiuso coi galantuomini. Tengono paura. Dicono che la Guardia cambia bandiera se vede che conviene.»
«E chi l’ha detto?» chiese Giuseppe.
«Compare Raffaele. E compare Raffaele l’ha sentito da uno venuto da Avellino cu’ nu mulo carico e la lingua lunga. Mo’ chi sa che è vero e che è viento.»
La donna se ne andò. Il silenzio restò un poco.
Verso sera l’aria cambiò davvero. Il caldo si spezzò di colpo. Da ponente salì un vento teso, secco, che alzò polvere, sbatté gli scuri, fece gemere i pioppi lungo il vallone. Nelle masserie le donne ritirarono il bucato di corsa. I vecchi sputarono a terra e si fecero il segno della croce.
Giuseppe uscì nell’aia e guardò il cielo. Nubi basse, gonfie, correvano una sull’altra.
«Viene acqua», disse.
«Viene pure altro», rispose Gaetano, fermandosi accanto a lui.
Il padre lo guardò di lato. Per un attimo non vide più il ragazzo che inseguiva lucertole o si tagliava coi rovi. Vide un giovane uomo con la mascella stretta e la testa piena di cose grandi, più grandi della casa e dei campi. E quella vista gli fece più paura del temporale.
«Senti a me», mormorò. «Tu nun te mettere mmiezo. Queste so’ faccende de signori, soldati e preti. A nuje ci resta la famiglia. E quella si difende restando vivi.»
Gaetano non abbassò gli occhi. «E se è proprio pe’ difendere la famiglia che uno s’ha da mettere mmiezo?»
Giuseppe si voltò di scatto. Nello sguardo gli passò un lampo d’ira.
«Tu parle pecché sì giovane. La guerra nun è canto. Nun è “Italia” gridato in piazza. È sangue, febbre, campi senza uomini, madri che aspettano e non vedono tornare nessuno.»
Maria Teresa stava sulla soglia. Aveva sentito tutto. Una mano poggiata sulla spalla di Maria. Nessuna parola. Ma nel modo in cui guardava marito e figlio c’era il peso di quindici anni tenuti insieme con la sola forza dei denti.
Poi il primo tuono spaccò l’aria.
La pioggia venne giù a frustate. In pochi minuti il viottolo diventò un rigagnolo di fango, l’acqua colò dai coppi, saltò sulle pietre, si mise a battere sulle pareti come qualcuno che volesse entrare.
Dentro la casa il lume tremava. Il camino tirava male. Maria Teresa mise sul fuoco granturco e cicorie. Maria portò i cucchiai di legno. Giuseppe si asciugò il viso con l’avambraccio e si sedette, ma Gaetano restò in ascolto, teso come una corda.
Il segnale arrivò nel pieno del temporale.
Tre colpi rapidi alla porta. Una pausa. Un altro colpo.
Tac-tac-tac. Tac.
Giuseppe si alzò piano. Guardò Maria Teresa. Lei impallidì appena.
«Chi è?» gridò.
Da fuori, una voce soffocata dall’acqua: «Giusè… so’ Michele! Apri, pe’ carità!»
Giuseppe tolse il paletto.
Entrarono in due: Michele il carbonaio e un ragazzo sconosciuto, magro, con un braccio fasciato alla meglio e una camicia rossa sporca di fango sotto la mantella fradicia. Aveva gli occhi chiari e febbrili. Tossiva.
Maria fece un passo indietro. Gaetano invece ne fece uno avanti.
«È uno di loro?» sussurrò.
Michele annuì. «Camicie rosse. Si so’ sparpagliati pe’ la tempesta e pe’ i posti di guardia. Chistu s’è ferito vicino al ponte vecchio. Se lo prendono, l’ammazzano o peggio.»
Giuseppe restò fermo. La pioggia riempiva tutto.
«E pecché l’hai portato a casa mia?» chiese duro.
Michele abbassò lo sguardo. «Pecché tu sì cristiano. E pecché io tengo cinque figli e ’na suocera paralitica. Io… io nun potevo.»
La risposta pesò nella stanza.
Maria Teresa si mosse per prima, come sempre fanno le donne quando gli uomini stanno ancora pesando la paura.
«Maria, piglia ’o panno buono. Gaetà, metti legna. Giuseppe, scansate e fallo sedere.»
Il marito la guardò, quasi stupito dalla fermezza naturale con cui comandava. Poi si scostò senza dire niente.
Il giovane in rosso cadde sulla panca. Tremava.
«Grazie», mormorò con accento forestiero. «Mi chiamo Carlo… vengo da Salerno… stavamo andando su…»
«Mo’ statte zitto e respira», tagliò corto Maria Teresa. «Le parole si fanno quanno passa la febbre.»
Gli lavò il braccio con acqua bollita e aceto. Strappò una striscia da una vecchia sottana e gliela strinse intorno. Carlo serrò i denti ma non urlò. Giuseppe guardava in silenzio, appoggiato al muro. Gaetano passava secchi e brace con mani che tremavano per emozione.
«Tu l’hai visto?» sussurrò al ferito. «Garibaldi.»
Carlo abbozzò un sorriso stanco. «Da vicino no… ma l’ho sentito parlare. Pare che quando passa… la gente si raddrizza.»
Giuseppe sbuffò dal naso. «La gente si raddrizza pure quanno sente odore de pane.»
Il ragazzo lo guardò senza offendersi. «Avete ragione, compare. Ma a volte, per avere pane, bisogna prima alzare la testa.»
La frase restò sospesa nella stanza come un ferro caldo.
Maria Teresa continuò a fasciare. I suoi occhi andarono a Giuseppe. Lui non rispose. Si staccò dal muro, prese la scodella più piena e la mise in mano al ferito.
«Mangia», disse soltanto. «E nun fare l’eroe ccà dentro. Che d’eroi ne muoiono troppi.»
Fu allora che, lontano, nel paese, si levò un clamore confuso: voci, un campanaccio, gente che correva, un suono di campana non a morto e non a festa. Il suono d’un paese che non sa ancora a chi appartiene.
Michele si fece il segno della croce. «Madonna santa… mo’ so’ arrivati davvero.»
Gaetano scattò verso la porta. Giuseppe gli afferrò il polso con una presa di ferro.
«Tu nun esci.»
«Papà!»
«Nun esci!»
Stavolta la voce di Giuseppe riempì tutta la stanza. Poi si abbassò, diventando quasi supplica.
«Gaetà… famme sta’ tranquillo almeno stanotte.»
Il ragazzo lo fissò. Vide il volto scavato del padre, bagnato di pioggia e paura. Non paura per sé. Per loro. Per la casa. Per quel poco tenuto insieme in tanti anni.
Abbassò gli occhi. «Va buò. Stanotte no.»
Maria Teresa lasciò uscire il fiato che stava trattenendo da un pezzo.
La pioggia rallentò. Il vento continuava a spingere via le nuvole a strappi. Tra un tuono e l’altro si sentì ancora la campana grande. Carlo mangiava piano. Michele se ne stava nell’ombra. Maria, che fino ad allora aveva parlato poco, si avvicinò al fratello.
«Gaetà… ma mo’ cambia tutto?»
Gaetano guardò il padre, la madre, il ferito, il fuoco, la porta.
«Nun lo saccio», disse. «Però pare che ’o viento s’è alzato pe’ davvero.»
Maria Teresa, quasi senza volerlo, riprese a cantilenare il ritornello:
«…ma lu cielo cagnaie…
venne lu malutiempo…
e pe’ cacciare li nuvole…
forte s’azaie lu viento…»
La sua voce, roca e dolce, cucì insieme paura e speranza.
Giuseppe si sedette finalmente. Gaetano restò vicino alla porta, immobile ma acceso, come brace sotto la cenere. Maria si addormentò col capo sul grembo della madre. Carlo, con la camicia rossa sporca di sangue e fango, mangiava come uno che ancora non sa se vedrà l’alba. Michele ringraziava il cielo e la vergogna insieme.
E in quella notte d’estate del 1860, mentre il vecchio Regno scricchiolava e un altro paese cercava di nascere, nella piccola casa dei Colatrella non entrò soltanto un ferito.
Entrò il tempo nuovo.
Non aveva il volto pulito dei santi. Non aveva quello trionfante delle stampe. Aveva il respiro corto, la febbre, il sangue sul braccio, la pioggia nei capelli. E chiedeva riparo.
Il resto — la libertà, l’Italia, il pane, la terra promessa, la giustizia — sarebbe venuto dopo. O forse non tutto. O forse non per tutti.
Ma quella notte nessuno, in quella casa, poté dire di non aver sentito il vento cambiare.
E per i Colatrella, come sempre, la storia vera non cominciò in una piazza.
Cominciò attorno a un tavolo povero, con una scodella passata a uno sconosciuto.
Perché il loro modo di stare nel mondo era già quello che li avrebbe portati lontano nei decenni a venire:
tenere duro, aiutare, dubitare, ma non chiudere la porta a chi arriva ferito dal tempo.
