Fonte: www.treccani.it

il sud e i conflitti sociali

  • La politica della ricostruzione 

Per spiegare le difficoltà del processo di unificazione del Sud con il Nord dopo il 1860, è necessario tenere presenti varie problematiche. In primo luogo, la portata del collasso amministrativo e finanziario che abbiamo descritto significava che il governo aveva di fatto cessato di funzionare in vaste parti del Regno. In Sicilia, nel corso dei mesi rivoluzionari, gli edifici governativi erano stati saccheggiati e gli archivi dati alle fiamme, le comunicazioni erano state interrotte, le tasse non venivano più riscosse, e si era semplicemente rinunciato a qualsiasi tentativo di mantenere il controllo dell’ordine pubblico. Nell’Italia meridionale l’autorità politica, e con essa la legalità e l’ordine, di fatto non esistevano più.

La radice di questi problemi va ricercata nel governo stesso. Secondo un rapporto relativo al circondario di Girgenti (l’odierna Agrigento), all’epoca della rivoluzione vi erano comuni «che vollero credersi indipendenti, ed assoluti padroni di loro stessi, e commisero in nome della libertà atti della più assoluta anarchia, e della più sfrenata licenza» (Riall 2004, p. 115). Negli ultimi giorni dell’amministrazione borbonica e nel corso dei mesi della successiva dittatura di Garibaldi, era raro poter fare affidamento sui funzionari del governo locale, i quali o si unirono all’indiscriminato accaparramento di terre, soldi e altre risorse, o abbandonarono i loro incarichi e ritornarono a vita privata (e talvolta si resero irreperibili). Non di rado, si scontrarono fra di loro per assumere il controllo del governo locale. Infatti, gran parte della violenza a cui si assisté nel Sud fra il 1860 e il 1861 può essere spiegata in base alle faide e alle rivalità fra le élites locali per assicurarsi la spartizione delle risorse residue delle amministrazioni locali.

Al momento della loro conquista dell’Italia meridionale, Garibaldi e i suoi uomini poterono certamente trarre vantaggio del vuoto politico che si era creato, ma dopo l’ottobre del 1860 essi e i loro successori piemontesi dovettero anche risolvere il problema di come colmare quello stesso vuoto che aveva favorito la loro affermazione. Si trattava del compito senza dubbio più urgente al quale dovevano accingersi, e che si sarebbe rivelato molto più impopolare e infinitamente più difficile dello stesso rovesciamento del governo borbonico. Secondo Alfonso Scirocco, il «fatto che distingue nettamente il crollo del regno delle Due Sicilie dai mutamenti di governo avvenuti nell’Italia Centrale […] è la grande crisi che investe tutta la vita dello Stato» (Scirocco 1981, p. 27). Questa «grande crisi» fece sì che quel pacifico passaggio di poteri al quale si era assistito in Toscana o in Emilia-Romagna all’inizio del 1860 non potesse ripetersi in Italia meridionale.

Fu soprattutto in alcune zone della Sicilia che la crisi dello Stato assunse aspetti talmente gravi che spesso il governo si trovò privo dei mezzi essenziali per garantire il regolare funzionamento delle amministrazioni. I funzionari governativi – come ad esempio gli esattori delle tasse e gli ufficiali di polizia – erano in numero spesso scarso rispetto al territorio e, quando erano disponibili, poteva darsi che si rivelassero incapaci o inaffidabili, o entrambe le cose insieme. Nel 1861, l’intendente di Termini Imerese avvertì i superiori che nel suo circondario molti impiegati erano del tutto incompetenti, sottolineando che «il presente personale politico» era «inferiore assai alla importante sua missione, e del tutto inopportuno e pericoloso». Quando il marchese di Montezemolo, primo luogotenente generale nell’isola, arrivò nel 1861 dal Piemonte, si espresse così riguardo al suo personale amministrativo: «il senso pratico, le idee e le abitudini amministrative, gli uomini versati ed esperti nel maneggio delle cose, tutto qui fa difetto» (Riall 2004, p. 163).

Problemi analoghi si sarebbero manifestati, e in modo persistente, a ogni livello dell’amministrazione governativa. Alle proprie lamentele, Montezemolo aggiungeva che era impossibile accertare quello che stava avvenendo nelle province: le richieste di informazioni inviate ai governatori provinciali avevano ottenuto risposte la cui «stupidità» lo aveva «atterrito» (ibid.). Nella serie di relazioni che seguirono venivano replicate simili accuse. A Misilmeri, si diceva che il sindaco era «ignorante, pauroso e senza iniziativa»; ad Alia il primo cittadino veniva descritto come «uomo da poco, ignorante e malevolo». E non si può dire che la polizia fosse più affidabile. Il delegato di pubblica sicurezza di Caltanissetta era quasi analfabeta, un «uomo campestre, il quale non ha quindi né fior di lettere, né la menoma tintura d’istruzione, riuscendo appena a segnare imperfettamente la propria firma!»; quello di Chiusa Sclafani era definito «ignorante e debosciato»; i militi a cavallo di Termini usavano metodi che il loro intendente descriveva come «insidie, minaccie, torture […] vendette», mentre era opinione comune che in caso di emergenza non si potesse fare affidamento sulla Guardia nazionale. La polizia, scriveva nel 1867 il prefetto di Palermo, «come è qui ordinata, è un non senso» (ivi, pp. 167-168).

La monarchia borbonica, i democratici di Garibaldi e lo Stato piemontese erano divisi da aspre contrapposizioni, e ognuno di essi vedeva negli altri la causa dei problemi che il governo incontrava nel Meridione. Suona quindi come un’ironia il fatto che i tre regimi che si succedettero si basassero sullo stesso sistema amministrativo accentrato che era stato introdotto da Napoleone una sessantina d’anni prima dell’unificazione italiana. Questo sistema presupponeva una catena di comando gerarchica e uniforme controllata dal centro, che si estendesse senza ostacoli dal governo fino ai livelli inferiori dell’amministrazione locale, consentendo di trasmettere i provvedimenti legislativi e le istruzioni governative fino alle zone più remote del territorio. La funzione dell’amministrazione locale, in altre parole, era di attuare la politica del governo centrale e di fungere da collegamento fra governanti e governati, in accordo con le strutture amministrative create da Napoleone.

Il problema era che nelle province meridionali del nuovo Regno d’Italia un tale collegamento non esisteva. «Come farete – scrisse nel 1861 un agente del governo, Giuseppe Finzi – ad introdurre un paese così disorganizzato nel nostro sistema liberale, come vi porterete le provincie che sono ancora sottratte alla vostra azione, come vi metterete in vigore lo Statuto, come provocherete le elezioni al Parlamento, dove non avete né le istituzioni Comunali e Provinciali corrispondenti, né il personale di vostra confidenza che dia l’impulso e che si faccia vostro interprete?» (ivi, p. 159). Secondo l’inviato speciale Diomede Pantaleoni, i problemi dell’amministrazione della Sicilia potevano essere attribuiti direttamente a quelli del governo: «non può trovare un questore di pubblica sicurezza, non trova sindaci che lo servano, non riescono le elezioni municipali, s’attraversano i consigli provinciali, e la stessa Guardia Nazionale si mostra restia al suo capo quando si tratta di fare onore al rappresentante del governo» (ibid.).

Queste difficoltà nell’esercizio della giurisdizione territoriale e del potere politico risalivano a prima del 1860, ed erano la conseguenza della cronica mancanza di risorse dello Stato borbonico e della sua persistente incapacità di organizzare fonti adeguate di sostegno e di consenso nelle province, e di fatto quasi ovunque al di fuori di Napoli e delle campagne circostanti la capitale. Nel Regno delle Due Sicilie, anzi, dopo il 1815 si formarono nuove élites provinciali che nel migliore dei casi avevano solo tenui legami di fedeltà con il potere centrale. Con la rivoluzione del 1860, comunque, questa situazione già instabile diventò incontrollabile, e il nuovo governo si trovò nell’incapacità di imporre la propria autorità e di far applicare la legge.

Un secondo problema derivava dal fatto che l’unificazione del Meridione con il Nord avvenne in modo assai rapido e inaspettato. La spedizione dei Mille fu una brillante impresa militare, ma colse tutti di sorpresa. I Mille erano in grande maggioranza uomini del Nord (quasi la metà, vale a dire 434 su un totale di 1.089, provenivano da città lombarde), e la loro disponibilità e imbarcarsi verso il Sud a combattere e morire per la libertà della Sicilia costituisce una straordinaria testimonianza di quanto nell’Italia di metà Ottocento fosse forte e diffuso il sentimento nazionalista. E tuttavia, se essi arrivarono a Marsala pieni di giovanile energia e di entusiasmo patriottico, nella maggior parte dei casi sarebbero rimasti degli estranei, con gli occhi puntati verso Roma, che rappresentava l’ambita meta finale. Questi democratici settentrionali animati da un forte interesse per il Sud, come ad esempio Antonio Mordini che fu prodittatore in Sicilia nell’autunno del 1860, si videro allontanati dal nuovo regime che si instaurò dopo l’incontro di Teano fra il re e Garibaldi.

Allo stesso tempo, i moderati piemontesi che presero il posto di Garibaldi nell’Italia meridionale mostravano in gran parte uno scarso interesse per l’ex Regno che ora si trovavano a governare. Prima del 1860, i progetti di Cavour per affermare l’egemonia piemontese non prevedevano alcun piano territoriale per l’Italia centrale, e tantomeno mostravano alcuna volontà di conquistare Napoli o Palermo (e personalmente, egli non si era mai spinto più a sud di Firenze, città che visitò per la prima volta proprio nel 1860). Inoltre, quello che nella maggior parte dei casi i moderati sapevano della Sicilia lo avevano appreso dalla letteratura romantica o dalla storia antica. Nonostante i successivi tentativi di glorificare gli eventi del 1860 ci raccontino un’altra storia, in verità Cavour inviò l’esercito piemontese nei territori pontifici e incontro a Garibaldi a Teano non tanto con l’intento di unificare la penisola, quanto semmai per interrompere la sua avanzata e riprendere nelle proprie mani l’iniziativa politica che il generale si era conquistato nei mesi precedenti.

Anche se non dobbiamo dimenticare che l’unificazione nazionale del 1860 rifletté una sincera ondata di entusiasmo patriottico, è necessario peraltro riconoscere che questo processo politico venne spinto avanti da un’aspra lotta per il potere che vide contrapporsi i moderati e i democratici, e che questa lotta si incentrava essenzialmente sulle questioni della diplomazia, del Parlamento e dell’opinione pubblica, piuttosto che sui problemi del mutamento sociale. Il nazionalismo italiano si basava su un formidabile arsenale di parole e di immagini, ma spesso i suoi principali esponenti non avevano che una conoscenza piuttosto astratta delle società che tentavano di liberare. È in ciò che possiamo individuare la fonte di un’importante conseguenza della lotta politica che portò all’Unità, vale a dire che entrambi gli schieramenti spesso ignoravano, ed erano comunque impreparati ad affrontare, la portata della crisi nella quale erano entrati. Di fatto, i garibaldini, e dopo di loro i moderati piemontesi, giunsero in Italia meridionale con poche idee sulla concreta linea politica da seguire, e privi di qualsiasi piano dettagliato riguardo a quello che avrebbero fatto una volta che avessero preso in mano le redini del potere.

Naturalmente, gli esuli politici che nel 1860 fecero ritorno nel Meridione furono di qualche aiuto a quanti arrivarono con loro dal Settentrione. In Sicilia, Garibaldi si affidò in gran parte alla conoscenza dei luoghi che avevano uomini come Crispi e Pilo, senza i quali la conquista di Palermo alla fine di maggio sarebbe stata impossibile. Ma la maggior parte di questi esuli mancava dall’isola da dieci anni o più, e ognuno di essi aveva una propria prospettiva politica, e fra alcuni di loro i rapporti erano pessimi. Fra i siciliani facenti parte del governo di Garibaldi o a esso vicini si contavano moderati che operavano per un’immediata annessione al Piemonte, autonomisti che si esprimevano a favore dell’istituzione di un’assemblea siciliana e mazziniani che sognavano una repubblica unitaria. Essi erano in fiero disaccordo su punti cruciali della linea politica da seguire e spesso trovarono molto difficile lavorare insieme. A Napoli, affiorò una serie di divisioni fra coloro che erano andati in esilio una decina di anni prima e quelli che erano rimasti nel Regno. In presenza di tutte queste difficoltà, nel 1860 la politica rivoluzionaria non fu tale da preparare il terreno per la formazione di un nuovo consenso politico.

Quali che fossero le ragioni, è assai chiaro che sia i garibaldini sia i moderati sottovalutarono la gravità della crisi in atto nel Sud. La maggior parte di essi credeva in quella che Massimo L. Salvadori ha definito «la leggenda del Mezzogiorno paese ricco, ma sventurato per aver avuto governi corrotti» (Salvadori 1960, p. 30). Colpiti come furono dalla bellezza del paesaggio meridionale, da una parte, e dalla povertà dei suoi abitanti, dall’altra, questi primi governanti italiani furono fin troppo contenti di attribuire la causa dei problemi che vi trovarono al malgoverno e al regime di oppressione politica del passato. La Sicilia, disse nell’ottobre del 1860 in Parlamento Agostino Depretis, «è un vero paradiso [… ma] era stata governata da Satana». A questa diagnosi corrispondeva una semplice cura: la soluzione stava nel buongoverno, e il buongoverno veniva identificato con il governo piemontese. «Lo scopo è chiaro», scrisse Cavour al re nel dicembre del 1860, «imporre l’unità alla parte più corrotta, più debole dell’Italia [… con] la forza morale e se questa non basta la fisica». Per Luigi Farini, luogotenente generale a Napoli fra il 1860 e il 1861, il piano consisteva nell’«andare a stabilire l’autorità della Monarchia e quella della morale e del senso comune nel reame di Napoli e di Sicilia» (Riall 2004, pp. 143-144). Oppure, come scrisse a Cavour alla fine del 1860 l’inviato Diomede Pantaleoni, il compito dell’unificazione con le province meridionali era senz’altro «un’ardita prova», ma «con la nostra forza, col nostro coraggio più grande, con la nostra superiore intelligenza e superiore morale, con la nostra esperienza e il nostro carattere, possiamo sperare di governarle e domarle» (Moe 1992, p. 67).

Come parte di questo nuovo programma di «buongoverno», la nuova amministrazione introdusse nel Meridione una serie di riforme economiche e sociali. La mancanza di comunicazioni adeguate fu un problema riconosciuto per tutto il Mezzogiorno, e la costruzione di strade, e in particolare di ferrovie, divenne per queste regioni una delle priorità perseguite dallo Stato italiano; secondo l’ortodossia liberale dell’epoca, le ferrovie erano considerate allo stesso tempo un mezzo per stimolare la crescita economica e un modo per integrare le nuove province all’interno del Regno d’Italia. Nella stessa ottica, il governo destinò significative risorse al settore dell’istruzione, e in particolare alle scuole elementari (nel 1861 la legge piemontese Casati, che rendeva obbligatoria l’istruzione elementare, venne estesa al Sud); esso incoraggiò inoltre la rapida crescita delle istituzioni di credito e delle banche, smantellò le barriere commerciali interne ed estese al Mezzogiorno i trattati di libero scambio in vigore con i paesi stranieri. Infine, venne attuato un tentativo di riforma del sistema che regolava la proprietà terriera, che era la causa di tanto malcontento popolare, ricorrendo in gran parte alla confisca delle terre ecclesiastiche e all’istituzione di un sistema di redistribuzione delle stesse alle classi più povere.

Appare opportuno sottolineare questi tentativi di riforma, in quanto essi sono stati messi in ombra dalla violenza e dal malcontento che a partire dal 1861 segnarono l’unificazione delle due parti della penisola. Tuttavia, questi interventi si conclusero in molti casi con degli insuccessi, in parte a causa della difficoltà di metterli in pratica, in parte perché furono troppo lenti e non abbastanza estesi. Le strade e le ferrovie avrebbero trasformato il volto delle società meridionali, ma ciò avvenne solo alla fine dell’Ottocento o ancora più tardi. L’istruzione era un elemento vitale, ma occorse tempo per costruire scuole, formare gli insegnanti e convincere la gente che valeva la pena andare a scuola; inoltre, le ferrovie e le scuole richiedevano enormi investimenti, mentre dopo il 1860 il nuovo Stato italiano era a corto di risorse finanziarie. Il libero commercio, nel quale i liberali piemontesi credevano appassionatamente, danneggiò vasti settori dell’economia meridionale (anche se ne beneficiarono i settori agricoli a carattere più commerciale), mentre la riforma agraria, nonostante le buone intenzioni, richiedeva a sua volta un investimento in termini finanziari e di istruzione per aiutare i nuovi contadini proprietari a trarre profitto dalle loro terre. La Chiesa deteneva un’enorme quota del patrimonio fondiario, e quindi la confisca delle sue terre poté apparire una buona idea ai governanti di Torino, spesso animati da sentimenti anticlericali, ma il provvedimento intensificò l’ostilità dell’istituzione ecclesiastica verso il nuovo regime affermatosi nel Sud.

Per questo complesso di ragioni, il programma riformatore non riuscì che a scalfire alla superficie i problemi economici dell’Italia meridionale, e fece poco o nulla per alleviare le cause del malcontento popolare. Tuttavia, quando si rivelò impossibile imporre il «buongoverno» al Sud, i moderati piemontesi non ripresero in esame né misero in discussione la propria linea politica, e anzi addossarono la colpa ai loro immediati predecessori. Come rilevò nel marzo del 1861 Crispi, in Sicilia «il governo non vede[va] altre cagioni di disordini che l’opera dei mazzinianirepubblicani ecc.» (Riall 2004, pp. 144-145, corsivo nell’originale). Molti erano convinti che la disintegrazione dell’autorità politica fosse opera di Garibaldi, e che i suoi seguaci, ora insediatisi nelle amministrazioni locali, stessero attivamente ostacolando il ristabilimento della legalità e dell’ordine nell’Italia meridionale, allo scopo di fomentare un sentimento repubblicano e di favorire un ulteriore cambiamento di regime basato sui princìpi mazziniani. I piemontesi erano in allarme anche a causa della più generale prospettiva di instabilità politica della penisola nel suo complesso. In particolare, avevano paura che, se ai garibaldini fosse stato lasciato il controllo del Sud, essi avrebbero utilizzato il loro potere come base per sferrare un attacco contro l’Impero austriaco, che era ancora in possesso del Veneto, e contro il papa di Roma. Essi temevano inoltre che queste iniziative avrebbero provocato un intervento straniero e creato il rischio di un nuovo conflitto, compromettendo così la paziente opera del governo di Cavour per far accettare l’espansione piemontese e l’unificazione italiana alle grandi potenze europee.

Così, in gran parte ignari della crisi all’interno della quale si trovavano e animati da enormi sospetti verso Garibaldi e i suoi seguaci, dopo il novembre del 1860 i governanti piemontesi commisero nel Sud una serie di gravi errori. Innanzi tutto, venne deciso di procedere rapidamente all’unificazione, mediante una serie di decreti amministrativi e concedendo un minimo spazio alla discussione e al dibattito in Parlamento. Prima dei plebisciti di ottobre, Cavour aveva detto ai separatisti siciliani che sarebbe stato disposto a concedere un certo grado di autonomia all’isola, ma dopo novembre ribaltò questa decisione, e nel corso del 1861 il sistema amministrativo accentrato introdotto in Piemonte venne esteso alla Sicilia e al Mezzogiorno continentale. Nel 1865 l’unificazione amministrativa venne completata, e l’Italia meridionale venne governata da Torino (prima del trasferimento della capitale a Firenze, dove sarebbe rimasta fino al 1871).

Una così rapida imposizione del governo piemontese dopo il 1860 mirava a rafforzare l’autorità dell’amministrazione centrale, ma produsse in realtà l’effetto opposto. La capitale del nuovo Regno, ora situata a Torino, era ancora più lontana di prima dalle province meridionali, e così le comunicazioni politiche diventarono tese al massimo grado. La classe dirigente napoletana, nel complesso, non appoggiò il nuovo regime, e le gerarchie ecclesiastiche rimasero accanitamente fedeli alla monarchia borbonica. In Sicilia, il tradimento da parte di Cavour delle promesse di autonomia non contribuiva certo a far benvolere il suo governo ai separatisti. Fra di essi si contavano i più potenti ed esperti leader della classe dirigente siciliana, la cui identità politica si era formata proprio in opposizione a quel tipo di amministrazione accentrata che ora veniva imposta dal Piemonte. La maggior disaffezione fu quella provata a Palermo, il centro tradizionale del potere politico e del sentimento autonomista, che si trovò soggetta al nuovo sistema e oltre a ciò retrocessa allo status di capoluogo di provincia. In generale, le modalità con cui venne realizzata l’unificazione – rapidamente e senza discussione – contribuirono alla crescente sensazione che il nuovo governo non era né più liberale né più disposto al dialogo di quanto fosse stata la monarchia borbonica. Tutti questi fattori comportavano la conseguenza che in gran parte del Meridione il nuovo Stato fosse privo di sostegno e di collaborazione a livello locale.

Le difficoltà provocate dalla distanza fisica e dall’isolamento politico vennero ulteriormente aggravate dalla politica ambivalente che fu adottata verso i precedenti regimi che avevano governato il Sud. La logica della linea da seguire nei confronti dei Borbone venne espressa sinteticamente dallo stesso Cavour nell’ottobre del 1860: «ristabilire l’ordine a Napoli, domare il re [Francesco II] dopo». A Napoli i funzionari ricevettero l’istruzione di «conservare il più possibile dell’amministrazione precedente, riordinando ciò che sia confuso e disordinato» (Molfese 1983, p. 33). Così, si adottò un atteggiamento conciliatorio verso molti funzionari dell’ex monarchia borbonica, ai quali fu spesso consentito di rimanere ai loro posti e, nel caso degli ufficiali dell’esercito (sebbene non sempre per i soldati semplici), di essere incorporati nel nuovo esercito italiano.

Questo tentativo di garantire una tranquilla transizione del potere fu accompagnato dalla determinazione a estromettere i garibaldini dalle posizioni che avevano conquistato. All’inizio del 1861, Cavour e i suoi alleati cominciarono a muoversi contro i garibaldini presenti al Sud, decisi ad allontanarli dai loro posti e a impedire che l’esercito dei volontari venisse incorporato nelle forze armate piemontesi. Particolarmente spietata fu la decisione, pianificata e messa in atto dal generale Manfredo Fanti, di liquidare di fatto l’esercito garibaldino. Tutti gli ufficiali e i soldati di Garibaldi furono costretti a presentarsi di fronte a una commissione speciale, la quale ne escluse un numero enorme. Il risultato finale fu che ben pochi degli ufficiali e dei soldati garibaldini poterono entrare a far parte dell’esercito regolare, e nell’aprile del 1861 furono varati nuovi regolamenti che stabilivano un limite rigoroso al numero degli ammissibili. Nello stesso periodo, i reparti della Guardia nazionale che si erano formati nell’Italia meridionale sotto la dittatura di Garibaldi furono a loro volta smantellati e sostituiti adottando il modello di reclutamento piemontese, molto più elitario.

Tutto considerato, la decisione di estromettere i sostenitori di Garibaldi dai loro incarichi può essere considerata l’errore più grave commesso dal nuovo governo nel Sud dopo l’Unità. Anche se il sospetto delle autorità governative nei confronti dei garibaldini può essere comprensibile, impegnandosi in una così vasta epurazione di coloro che avevano appoggiato Garibaldi esse si privarono dell’apporto loro offerto da un gruppo di energici, istruiti e potenzialmente fedeli impiegati pubblici. Nel far ciò, gettarono via tutta la benevolenza di cui il nuovo regime avrebbe potuto godere, e crearono invece un gruppo di persone disoccupate e insoddisfatte, e in quanto tali più pronte ad assumere una posizione ostile nei confronti del nuovo regime. Così, il ritorno a casa di quei soldati che avevano seguito Garibaldi nella sua campagna contro i Borbone generò problemi per la sicurezza nelle zone rurali. In poche parole, i governanti italiani trovarono nel Sud un consenso politico e sociale già fiacco, e con la loro politica lo resero ancora più esiguo e fragile di prima.