Quando la sera si faceva buio presto, e il vento soffiava in modo incessante, attraverso infissi fatiscenti o inesistenti, tutta la famiglia si rifugiava all’interno del grande locale, in cui campeggiava un camino sempre acceso. Intorno a quel camino, si forgiava la cultura contadina attraverso, racconti, indovinelli, filastrocche, che nella loro semplicità e a volte anche banalità, rappresentavano esempi di vita da seguire, o narravano le gesta di personaggi leggendari e meno, che avevano compiuto qualcosa di straordinario. Il tutto veniva da secoli trasmesso oralmente e rappresentavano punti di riferimento importanti nel modo di interpretare la vita. Storie di briganti, di magie, di folletti, di spiriti maligni e buoni si intrecciavano tra di loro e diventavano alla fine presenze reali del mondo contadino e del proprio modo di esprimersi.

Terra di Janare, Lupi Mannari e Scazzamaurielli…

Irpinia, territorio montano e collinare. Terra di castelli e di fantasmi. Terra di mezzo nei transiti tra i due mari, il Tirreno e l’Adriatico. Terra di transumanze e contaminazioni. Terra di miti e leggende. Terra sacra, terra da arare, terra da raccontare. Tutto questo è l’Irpinia che raccontiamo, un crogiolo di esperienze etno-antropologiche in cui il paesaggio geologico ha evocato e continua ad alimentare storie fantastiche, misteri e credenze popolari, retaggio anche delle influenze culturali lasciate dalle numerose civilizzazioni che hanno preso piede su questo territorio, influenzandone usi e costumi, in un contesto agro-pastorale che si staglia a cavallo di quella cerniera che è l’Appennino meridionale

Lupi Mannari
Le Janare
Lo Scazzamauriell'

Quando lei lo vide, non poteva immaginare che lui l’avrebbe uccisa. Come era accaduto a tante donne prima di lei. Dopotutto, ai suoi occhi, era solo un forestiero di venticinque anni, forse trenta, che tagliava la legna nel bosco. Lei si era recata al vecchio pozzo per raccogliere l’acqua. Lui la vide e la trovò bellissima, come tutte le donne che aveva già ucciso.                                         

Gli incontri fra i due divennero sempre più frequenti. Non era raro che lei si recasse al pozzo senza il secchio, e che lui smettesse di tagliare la legna per avvicinarsi e parlare. Scoccò l’amore, e i due si sposarono. Nonostante i genitori di lei fossero contrari. Tutti, in paese, temevano quell’uomo che viveva da solo nel bosco. C’era chi giurava di aver udito provenire dalla sua abitazione urla terribili che gelavano il sangue nelle vene.

I due vivevano nella capanna di lui. Una volta al mese, l’uomo, guardandola serio, le diceva che quella notte non sarebbe tornato. Lei doveva chiudersi dentro e aprire solo quando sentiva bussare tre volte. Fece come aveva detto lui, e per mesi quello strano rito si ripeté. Poi una notte, lei si addormentò prima del solito. Bussarono una sola volta, ma assonata com’era la donna non se ne accorse. Spalancò l’uscio. Un ombra le balzò addosso e le afferrò la gola, facendola a pezzi. L’uomo, che era un lupo mannaro, si svegliò nel sangue della moglie morta. Quando vide ciò che aveva fatto, scappo’ nel bosco e non fece mai più ritorno.

Un giorno un contadino stava portando, insieme al suo mulo, un sacco con del grano al mulino per ricavarne della farina. Mentre camminava nel profondo del bosco avvertì dei suoni e, scrutando attraverso gli alberi, vide in lontananza un cerchio di uomini e donne che danzavano accompagnati dalla musica. Avvicinandosi i suoni divennero sempre più nitidi e la scena apparve ai suoi occhi con più chiarezza: un cerchio di shanare (streghe) e pempenali (licantropi) che danzavano e si contorcevano in modo strano, i loro volti erano distorti in terribili smorfie. L’uomo, spaventato, senza farsi notare ben nascosto dagli alberi, cominciò a interrogarsi se tornare indietro e rinunciare alla farina o se proseguire verso il mulino attraversando il cerchio delle streghe e dei lupi mannari. All’improvviso vinse le paure e saltando fuori dalla selva esclamò ‘accriscimme stu ballo’ (accresciamo questo ballo) dirigendosi verso la radura dove janare e lupi mannari continuavano la loro danza rituale. Appena giunto nei pressi del cerchio, la janara più anziana, una sorta di ‘regina delle janare’, si separò dal gruppo e rivolgendosi al contadino disse: “Visto che sei stato così coraggioso da accrescere il ballo, io ti donerò il segreto per accrescere all’infinito quello che hai nel tuo sacco”. Il contadino dopo aver preso parte alla danza, incredulo, si rimise in cammino verso il mulino; appena arrivato cominciò a prendere grosse misure di grano e diede inizio alla macina. Ben presto si accorse che

 il livello del grano all’interno del sacco non diminuiva mai, continuò per ore ma i sacchi di farina aumentavano di numero e quello di grano restava sempre pieno. Da quel giorno al contadino non mancarono mai farina, pane, pasta: la ‘regina delle janare’ gli aveva davvero donato il segreto per accedere all’infinita abbondanza della natura

 

Si narra che un contadino, di nome Antonio, di ritorno da una giornata di lavoro, fosse talmente stanco che si appoggiò ad un albero e lì si addormentò. All’improvviso, mentre dormiva profondamente, fu preso da una strana sensazione: qualcosa gli impediva di muoversi e di svegliarsi, come nei peggiori incubi, ed una voce stridula gli sussurrava all’orecchio: “T’è misso n’goppa casa e iu te levo la jata”. La sensazione di soffocare si fece sempre più forte ma, ad un tratto, il robusto contadino riuscì ad aprire gli occhi, con stupore si accorse, però, che, intorno a lui, oltre ad un buio pesto non c’era nulla.

Tornò a casa molto turbato, ma attribuì il tutto ad un brutto sogno e lasciò che l’accaduto cadesse nel dimenticatoio. L’indomani, giorno di festa, decise di farsi una bella lavata, così da poter indossare l’abito buono della domenica ma, una volta svestito, un urlo di terrore squarcio la quiete della campagna: dei tremendi lividi erano comparsi sulle sue braccia e sul torace, ferite simili ad ustioni che non lasciavano spazio a nessun tipo di dubbio: qualcuno, o qualcosa, la sera prima lo aveva quasi ammazzato.

Preso dallo spavento, si recò in paese dal dottore per farsi controllare. Il medico accettò di visitarlo, ma alla vista delle ferite rimase alquanto interdetto.

Gli disse con un tono serio: “Antò, ma addu te si cuotto?” e il contadino rispose: “Da nisciuna parte dottò. Coccossa m’ha angappato dind’a lu suonno”.

Il medico continuò ad ispezionare il corpo con scrupolo ma poi aggiunse con tono infastidito: “Tu oj me vuò fa perde tiempo, te dico ju che è succiesso: tu te si addurmutu vicino a lu fuoco tuttu ‘mbriaco e si cadutu cu le vrazza dindo.”

“Noni dottò – disse implorante Antonio – nun so caduto dindo a la vraja, coccossa m’ha anggappato mentre durmìa”. “Siendi Antò – disse con voce imperiosa il dottore – mo me n’aggia j cà tengo che fa. Le ferite so già chiuse, nun ngi so vessiche. Nun saccio cu che t’è appicciato, ma statti chiù accorta e fa sta lu vino dindo a lu tino la prossima vota.”

Sconsolato per non essere stato preso troppo sul serio, il povero Antonio si incamminò verso casa. Per la strada incontrò un’anziana signora, amica di famiglia, la quale lo vide turbato e gli disse: “Nè Antò, che è cà stai accussì muscio?” ed Antonio rispose: “Eh cumma Tresì, stanotte aggio quasi muorto, ma lu duttore nun m’è vulutu crère…”

“O pe la miseria – rispose la vecchietta – cumm’è succiesso?”

“Coccosa m’ha anggappato mentre durmia sott’an’albero e m’ha luvato lu jato. Io me pensava cà era stato nu bruttu suonno, ma pò mumani m’aggiu truvatu ‘ste ferite n’goppa a le vrazza.”

Nel dire ciò le mostrò i segni lasciati dalla brutta avventura, al che la donna impallidì e si fece tre volte il segno della croce.

“Quisti so l’artigli de lu demonio – disse sottovoce l’anziana quasi impaurita di poter essere sentita da qualcuno – vàtte a fa benedì da lu preuto e nun ngi turnà dà: tu t’è addurmutu ngoppa a lu purtusu ca lu demoniu usa pe assì e venì a fa danni la notta pe dind’a le campagne. Quiddo è disgraziato, e si nun fai attiempo a scitarte, t’accide dindo a lu suonno comme faci cu le crjature.”

Detto questo l’anziana scappò via, impugnando tra le mani un rosario che aveva in tasca e recitando alcune litanie in latino.

Ancora più sconsolato, si avviò nella strada che da Dietro Corte collegava il paese alla campagna dove abitava. Arrivato nella sua piccola abitazione, non mangiò e non uscì fino al giorno dopo. Poco prima dell’alba, senza aver praticamente dormito, dovette incamminarsi per andare a lavoro. Decise, però, di fare una prova. Fu così che, dopo la giornata passata a zappare la terra, non fece ritorno a casa ma andò nel luogo dove era successo il fattaccio. Aveva portato con se un grosso coltello, un sacco e una grande corda.

Passarono delle ore e, arrivato oramai a notte fonda, quasi gli occhi gli cedevano al sonno. Fu proprio in quel momento, quando il suo vecchio orologio a cipolla segnava le tre e mezza, che si levò un grosso vento. Un turbinio di foglie e rami si levò e si creò un gran trambusto. Intenzionato ad arrivare fino in fondo, Antonio prese il sacco, si tuffò in mezzo a questo vortice, e cercò di fermare quello che sembrava una strana figura che nell’oscurità aveva notato. Fu tanto lo stupore quando, dal sacco, iniziò a dimenarsi un qualcosa di solido ma ancor di più fu lo spavento quando costui parlò e la voce non lasciò dubbi: era quella che la notte prima aveva quasi ucciso il povero contadino.

“Dimme chi si!” urlò Antonio

“So scazzecamaurieddru, e tu m’è pigliatu” Rispose una strana voce dall’interno del sacco.

“L’ata sera me quasi acciso, pecché?”

“Tu te si addurmutu n’goppa a la porta pe assì e trasì, accussì io nun riuscia chiù a trase pè turnà a la casa mia, dindo a la terra”

“E mo che bulimmo fa visto ca t’aggiu n’trappolato”

“Tu è catturato a Scazzecamaurieddru, e io mo, pè me fa liberà, te sfonno sta sacchetta de monete d’oro, ma tu m’è aprì prima.”

“Io lo fazzo, ma li patti so patti: io te libero, ma tu me igni la sacchetta de soldi” disse con tono titubante il giovane contadino.

Detto questo, l’ormai spaventatissimo Antonio, con in mano il coltello, aprì il sacco: un piccolo vortice di vento ne uscì e continuò il suo tragitto, sollevando foglie e rami.

Quasi certo di essere stato imbrogliato, Antonio mise una mano dentro al sacco e, con immensa gioia, ne cacciò un pugno pieno di monete d’oro che luccicavano sotto la luna.

Da quel giorno cambiò la sua vita, riuscendo a comprarsi una grande casa e diventando proprietario di tanti terreni. Nessuno seppe mai come avesse avuto quella piccola fortuna, fin quando, in punto di morte, rivelò ad un amico una traccia:

“Ju so criscjuto povero e sulu. Na sera riuscietti a ‘ngappà lu Scazzecamaurieddru e quiddru, pe se fa liberà, m’è into na sacchetta de monete d’oro. Tantu ca pesava ca nun me la so pututa purtà appriesso. Allora la lassaj dà, addo sulu ju sapja, e quannu me servja, me jà a piglia nu pocu de sordi. Mo cà moro, senza figli, lasso queddra sacchetta dà sepolta, e fortuna n’adda tenè chi la trova sotta la freccia de santaloja.”

Queste furono le ultime parole dell’anziano contadino. Nessuno seppe mai con certezza dove fosse il tesoro ma da quel momento il tesoro di Antonio è ancora sepolto nelle campagne di Morra e qualcuno crede sia possibile trovarlo seguendo una grande freccia disegnata da un grande bosco semi-nascosto.

  • Lu lupo e la orpa

Nc’era na ota nu Lupo e na Orpa. Nu iuorno lu Lupo passave nante a la tana re la Orpa e vedde ca stia appennenne certi belli pesciulini a na perteca.

Lupo: Che fai cummara Orpa mia?

Orpa: Ah Cumpà Lupo, stache app’nnenn sti pesciuline.

Lupo: E andù r’hai pigliat, cummara Orpa mia?

Orpa: Ahh, cumpà Lupo, haia sapè ca la matina priesto io aspetto ca passa lu pisciaiuolo e citta citta zompo ngimma a lu carretto, fazze carè na bella quera re pesciulini, me re accoglie e re porto qua a appenne, accussì quanne teng fame agge sempe re che mangià!

Lupo: Ahh cummara Orpa mia, mo àggia fa pur’io accussì!

E la matina appriesse aspettave ca passave lu pisciaiuolo. Cu nu zumpelo scive ngimma a lu carretto, ma seccome tenìa na fama ca nun se tenìa alerte, mmece re fa carè li pisci se re accummenzave a mangià.

Mo lu pisciaiuolo sentive nu rumore e se utàve pe’ verè chi era. Truàve a lu lupo ca mangiava e accummenzave a alluccà.

Pisciuaiuolo: Aha’aaaaa, tu si ca m’arrubbe tutte li pisci mie! Mo t’aggia fa verè io!

E pigliave nu bastone e accummenzave a menà mazzate. E ptpum e ptpam e lu fece nuovo nuovo. Po’ lu pigliave pe’ la cora e lu scettave pe’ terra, e se ne scive a lu mercato. E lu Lupo restave dda nterra tutto addolorato e cu na fama ca nun ce veria chiù.

N’ata matina, cummara Orpa scive a truà lu Lupo pecchè ulìa cumpagnia pe’ mangià nu poco re furmaggio e recotta inde a lu granaro re la massaria.

Orpa: Cumpà Lupo, ch’ahia fa stammatina? Uoi venì a mangià nu picca re recotta e furmaggio a la massaria ca lu pastore è sciuto a pasce re pecure?

Lupo: Ohhhhh, sine cummara Orpa mia, currìme… ca teng na fama!

Lu Lupo e la Orpa citto citto trasère inde a la massaria ca tenìa semb’ la porta aperta; se feccàre pe’ lu caùto re lu granaro e accummenzare a mangià a totta forza. La Orpa, furba, ogni tanto se scìa a mesurà se ancora passave pe’ lu caùto, ma lu Lupo, ca nun ce verìa ra la fama, mangiave… e mangiave… e mangiave.

Lupo: Cummara Orpa mia, pecchè fai nande e ddrèt a lu granare?

Orpa: Cumpà Lupo, mangia tu! Ca io vache a verè se ven lu padrone.

E lu Lupo nun se lu fece rice ddoie ote. A nu certo mumento, la Orpa vedde ca sì e no passàve pe’ lu caùto re lu granaro e, pigliate na fascieddra re recotta, risse a lu Lupo:

Orpa: Cumpà Lupo, io so sazia. Me ne oglie scì.

Lupo: Sine cummara Orpa mia, ma io tenghe ancora fama. Oglie mangià n’atu poco!

S’era fatto tarde, e lu padrone turnave. Sentive nu rumore inde a lu granaro.

Padrone: Ahhaaaa, mo aggia n’gappà chi se mangia semb’ ru furmaggio mio!

E, pigliate lu staffilo, accummenzave a menà mazzate. Lu Lupo pruàve a scappà pe’ lu caùto, ma la panza era cresciuta e nun ce capìa chiù. E ptpum e ptpam e ptpum e ptpam, lu padrone lu fece nuovo nuovo. Po’ lu pigliave pe la cora e lu sbattive ddra fore, andù era assettata la Orpa.

La Orpa se stia mangianne la recotta ca se era purtata e nu poco se la posse ncape. Po’ se avvecenave chianu chianu a lu Lupo.

Orpa: (Uoie verè ca è muorto!)

Cu na zampa lu mosse nu poco e lu Lupo aprive n’uocchio.

Lupo: Ohhhh! Cummara Orpa mia, agge scuntate tutte quero ca m’agge mangiate! Oimmè r’ossere! Oimmè li rine! Maronna quanta botte ca agge aùto!

Orpa: (Teh, è vivo!) Che parle a fa cumpà Lupo, nun vire ca a me m’è assuto lu cervello ra fore! Te lamiente tu!

Lu Lupo, cu l’uocchie ancora abbuttate, la uardave nu poco e vedde la recotta….

Lupo: Oh, povera cummara Orpa mia, allora haie abbuscate pure tu!

Orpa: Tenghe na seta!… Io sacce nu puzzo ra ste parte, ma nun me la fire re arrevà!

Lupo: Pur’io tenghe na seta, cummara Orpa mia! Aspetta, mo veche se me tenghe alerte…. Nchiane ngimma a me, cummara Orpa mia, ca mo te porte io!

Cu nu zumpelo la Orpa scive ngimma a lu Lupo e se abbiave. Camine e camine la Orpa accummenzave a cantà pe’ fa passà lu tiempo.

Orpa: Turlì e turlì e lu muorto porta a lu vivo! Turlì e turlì e lu muorto porta a lu vivo!

Lupo: Che dice cummara Orpa mia?

Orpa: Niente, niente, cumpà Lupo, riche l’Ave Maria pe l’anema toia e pe l’anema mia! Turlì e turlì e lu muorto porta a lu vivo! Turlì e turlì e lu muorto porta a lu vivo!

Quanne arrevare a lu puzzo subbeto la Orpa risse:

Orpa: Cumpà Lupo, tieneme pe la cora ca io scenche a beve…

Lupo: Sine, cummara Orpa mia!….

Subbeto subbeto la Orpa veveppe e lu Lupo la terave.

Lupo: Mo m’haia tenè pure tu pe’ la cora, cummara Orpa mia!

Orpa: (Haie ritte niente!) Vabbuò, però muovete, nun sta tre ore!

E lu Lupo scese inde a lu puzzo e accummenzave a beve. Mo, seccome avìa mangiate assaie furmaggio, vevìa e nun se parìa a ressetà. E la Orpa accummenzave a cantà pe’ fa passà lu tiempo.

Orpa: Lippe lippe lappe e la cora mo me scappe! Lippe lippe lappe e la cora mo me scappe!

Lupo: Che dice cummara Orpa mia?

Orpa: Niente, cumpà Lupo… MUOVETE!…. Lippe lippe lappe e la cora mo me scappe! Lippe… lippe… lappe… e la cora mo me scappe!

E lu Lupo vevìa e vevìa e… vevìa!

Orpa: Lippe… lippe… lappe… e la cora… mo me scappe! Lippe… lippe… lappate e la cora m’è scappata!

E cu nu tonfo lu Lupo carive inde a lu puzzo e restave ddra tutto lu iuorno e forse pe’ la notte pure! E la Orpa?

Orpa: Stattebbuono cumpà Lupo!

E la Orpa se ne scive cantanne… cantanne…

Fine

AUTORE

Blogger Bisaccia

Flavia Gargano

Blogger Bisaccia. Profondamente legata al territorio irpino, attiva nell’associazionismo, credo sia importante che i piccoli paesi facciano rete, uniti da idee e progetti per valorizzare e dare nuovo senso alle comunità locali che insieme condividono storia, cultura, tradizioni.